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Il rifiuto consapevole delle cure fa parte del patto medico-paziente

Il rifiuto consapevole delle cure fa parte del patto medico-paziente

Il primo caso in Italia: il malato di Sla che è morto facendosi sedare

Martedi, 21/02/2017 - ‘Malato di Sla muore facendosi addormentare’. Il primo caso in Italia di scelta della sedazione profonda offre alcuni elementi di riflessione di particolare interesse sul piano bioetico. Innanzitutto il diritto di rifiutare le cosiddette cure salvavita da parte di un soggetto competente, ovvero in grado di intendere e di volere, risulta ormai incontestato e rappresenta un momento cruciale nella relazione medico/paziente. Esso si fonda infatti, a ben vedere, sullo stesso terreno di consenso informato di cui rappresenta, per così dire, un’estrinsecazione in chiave negativa. Sono ormai numerose le fonti che consentono di fondare la piena liceità giuridica del rifiuto informato delle cure, a partire dall’art. 32 della Costituzione, all’art. 35 del Codice di deontologia medica fino all’art. 5 della Convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo e la biomedicina. Se la ratio del dovere di informazione da parte del medico è di porre il malato nella condizione di operare una scelta libera e consapevole in merito al proprio percorso di cura, la volontà di rifiutare consapevolmente le cure si colloca all’interno di un rapporto comunicativo tra il medico e il paziente che fa parte integrante dell’alleanza terapeutica. Una volta che il medico abbia fornito al paziente le informazioni necessarie, il paziente può tanto accettare il piano di cura prospettatogli -ferma restando, peraltro, la possibilità di revocare in ogni momento il consenso precedentemente prestato- quanto decidere, liberamente, di non aderirvi o di aderirvi solo parzialmente. Il rifiuto informato e consapevole di cure si colloca, quindi, non già all’esterno della relazione medico/paziente né in contrapposizione ad essa ma rappresenta un frutto maturato all’interno di tale rapporto e può, in tal senso, considerarsi come un autentico atto di collaborazione attiva.



La scelta della sedazione profonda, detta anche palliativa, non costituisce, in quanto tale, un atto eutanasico come affermato sia dalla Società Italiana cure palliative sia dalla Federazione cure palliative. Viene infatti ribadito con forza che "nulla hanno a che fare con l’eutanasia o con il suicidio assistito pratiche terapeutiche che sono invece pienamente legittime e che vengono correttamente utilizzate per rispondere ai bisogni dei malati che si avviano alla fine della loro vita, quali la sedazione palliativa/terminale o la rimodulazione e la desistenza terapeutica nei confronti di trattamenti sproporzionati o futili rispetto alle condizioni cliniche del malato e alle sue aspettative prognostiche, o a quanto il paziente stesso legittimamente decide rispetto alle possibili scelte terapeutiche"..



Il secondo aspetto degno di considerazione è che il caso in questione, nella sua drammaticità, testimonia una crescente sensibilità verso il settore della medicina palliativa. E’ maturata ormai la consapevolezza che i doveri del medico non si esauriscono nel tradizionale terreno riabilitativo e terapeutico, con la sola finalità della guarigione, ma si proiettano verso la tutela della salute, intesa in un’accezione più ampia in cui risultano comprese anche l’alleviamento della sofferenza e l’assistenza psicologica al malato: dal curare al ‘prendersi cura’. Potremmo infine sperare che la vicenda del malato di sla acceleri l’iter della legge sul fine vita attualmente in discussione? Sarebbe questa, per la politica italiana, un’occasione d’incontro tra piano istituzionale ed esistenza umana, mostrandosi finalmente sensibile ai diritti di libertà degli individui e alla richiesta di riconoscimento della propria dignità nel corso della loro vita come davanti alla loro morte.



Articolo di Luisella Battaglia pubblicato ne' Il Secolo XIX del 15 febbraio 2017 

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