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Il patto educativo di una maestra da Nobel

Il patto educativo di una maestra da Nobel

VIVALASCUOLA/5 - Il rinnovamento nella scuola deve partire dagli adulti, docenti e genitori, per fare rete nell’interesse dei bambini/e. Basterebbe poco dice Barbara Riccardi, la maestra finalista al Global Teacher Prize

Ribet Elena Mercoledi, 03/08/2016 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Settembre 2016

Barbara Riccardi è l'unica italiana finalista del Global Teacher Prize 2016, il “Nobel” per l’insegnamento. Maestra a Spinaceto (quartiere periferico di Roma) ha da poco festeggiato 50 anni.



Quali sono secondo lei i maggiori problemi della scuola italiana oggi?

Perché parlare sempre dei problemi? Non possiamo parlare delle cose belle?



Così anticipa la seconda domanda. Quali sono le potenzialità della scuola italiana oggi?


Credo sia necessario un rinnovamento del pensiero da parte del mondo adulto. Mi rivolgo sia ai docenti che ai genitori. Noi siamo d’esempio, se non ci mettiamo in gioco in prima persona non possiamo pretendere che i ragazzi e le ragazze possano attuare un cambiamento in solitudine. Lo possiamo fare attraverso la formazione, per non rimanere indietro rispetto a quelle che sono le loro esigenze e per catturare la loro attenzione, la loro voglia di formarsi e di venire a scuola.



Come vede l’educazione di domani?

Si tratta di mettere in pratica le competenze di ognuno e metterle a frutto per il bene comune, sopperire alle mancanze materiali della società, facendo rete fra istituzioni, scuole, genitori e nonni.



Nel recente documentario di Michael Moore, la ministra dell’Educazione Finalndese, Krista Kiuru, afferma che gli alunni e le alunne “dovrebbero avere più tempo per essere bambini”. In Finlandia i compiti a casa sono addirittura considerati obsoleti e i bambini vanno a scuola per 20 ore settimanali. Cosa ne pensa?

Mi ritrovo moltissimo nelle parole di Krista Kiuru. La mia idea è di non annoiare me stessa e di non fare annoiare loro. Come insegnanti dobbiamo imparare a essere come il pifferaio magico. Il gioco è la prima forma magica che porta poi a impegnarsi, studiare, apprendere, lavorare, a mettere in risalto i valori e le competenze. Il mio modo di essere docente è fare didattica ed esperienze attraverso l’ironia e la creatività, la cooperazione e la collaborazione del gruppo classe, dove inventiamo e progettiamo “isole di lavoro”. Progetti come il laboratorio di cinema, il tg scolastico, il bricolage, l’orto didattico o la ceramica ci permettono di confrontarci fra noi e di mettere a frutto il meglio di ciascuno. Ma questa didattica non è poi così innovativa: il nostro percorso storico ha radici forti, a partire da Montessori fino agli anni 2000, ora si tratta di adeguare quel tipo di visione sulle tecnologie e i linguaggi che abbiamo a disposizione.



Nello stesso documentario sopra citato, a un certo punto, si dice che la scuola “riguarda il trovare la tua felicità, trovare il modo di imparare ciò che ti rende felice”…

Sì, pensiamoci. Come è possibile che oggi al suonare della campanella io veda bambini e bambine felici di entrare a scuola? Ai miei tempi si piangeva, si cercava il modo di nascondersi. La felicità è contagiosa, chi desidera fare l’insegnante, non come un lavoro “normale”, ma come modo di essere, vuole regalare una parte di sé, curare e veder crescere le piantine, vedere queste piantine fiorire e dare frutti che sono a loro volta dei doni per tutti. Questo è uno dei lavori più belli e ha a che fare con la reciprocità. Anche noi insegnanti facciamo progressi grazie a chi “impara”, lo scambio vicendevole ci aiuta a costruire insieme una didattica su misura, perché non possiamo mettere, o far mettere, un vestito che non ci è proprio. Non parlo di una didattica invasiva seduti al banco, ma di una didattica in cui ad esempio, per costruire il tg della scuola, ci sarà qualcuno che farà il cameraman, qualcuno che scriverà i titoli, qualcuno che preparerà il ciak, qualcuno che penserà alla colonna sonora, e così via. Solo sperimentando fin da subito le forme lavorative possiamo tirar fuori la gioia di dimostrare cosa vogliamo fare, cosa sappiamo fare.

Ho parlato con dei ragazzi di altre città e alcuni mi hanno chiesto: perché non possiamo fare anche noi percorsi così? Questa è la denuncia dei ragazzi: insegnanti che non sorridono, che non si mettono in gioco; non va bene il nostro modo stantio, fermo, apatico; cosa trasmettiamo?

I ragazzi hanno bisogno di un tempo tranquillo, dove sentirsi accolti, sostenuti nei loro bisogni, nelle loro diversità, nei loro desideri individuali.



Quando parla di formazione per genitori e insegnanti, cosa ha in mente in particolare?


La cosa che funziona tantissimo secondo me (sia come percorso personale che professionale) è creare una alleanza scuola e famiglia per tracciare insieme un percorso educativo, un patto educativo. Capire insieme obiettivi e bisogni: insieme dobbiamo raggiungerli, a scuola, ma anche a casa dove i processi di imitazione sono altrettanto significativi. A volte vedo bambini e bambine piene di paure, di ansie da prestazione, in un confronto continuo che li mette in competizione fra loro. Dobbiamo imparare a gestire queste dinamiche, migliorare, senza tirarci indietro rispetto alle relazioni e ai bisogni educativi.

Attingere alle tante belle esperienze che ci sono, anche in altre realtà come la nostra, dove si fa formazione interna alla scuola, con genitori e docenti insieme, con psicologi e counselor, trovando spazi e tempi pacati, morbidi, in cui genitori e figli lavorano insieme in un percorso che porta a condividere emozioni e all’instaurarsi di un dialogo più profondo.

Noi insegnanti spesso siamo focalizzati al compito, a finire il programma, così poi abbiamo la coscienza a posto, ma noi dobbiamo formare gli uomini e le donne del domani. Dalla mia candidatura al Global Teacher Prize ho visto che basta poco per vedere il bicchiere mezzo pieno: ci sono tante insegnanti che ci credono. Insieme si possono fare molte cose belle, facendo rete.

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