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Il grande schermo a sostegno delle donne pachistane

Il grande schermo a sostegno delle donne pachistane

Nel 2016 due registi, il belga Stephane Streker e la pachistana Sharmeeen Obaid-Chinoy, si schierano contro il delitto d'onore e i matrimoni combinati

Mercoledi, 22/02/2017 - Hina Saleem, Qandeel Baloch, Sadia Sheikh pachistane, Hatun Sürücü turca, Arzu Özmen curda, solo alcuni nomi di una lunga lista di ragazze uccise dai loro familiari per aver rifiutato di sottomettersi ad antichi e coercitivi principi limitanti la libertà delle donne, disonorando in tal modo la propria famiglia.



Stephan Streker, regista belga, decide di puntare su un tema assai sviscerato da cronaca, letteratura e cinema come quello del matrimonio combinato. Intorno a questa ancestrale tradizione musulmana ruotano vari aspetti dalla questione dell'immigrazione in Europa, all'integrazione, l'assimilazione culturale, i contatti e contrasti tra culture.



La trama di Noces si dipana in una città industriale della Vallonia, una delle due regioni principali in cui è diviso il Belgio, un Paese la cui lacerazione identitaria comincia dalla lingua e dalla conseguente incomunicabilità tra le comunità principali che lo abitano, quella vallona francofona e quella fiamminga di lingua olandese.

Il fulcro della questione resta comunque quello della sottomissione della donna, costretta a sottostare a regole imposte da una società che la priva di libertà di scelta, di identità.



In Pakistan secondo la Human Rights Commission of Pakistan nel 2015 ci sono stati 1.184 casi di femminicidio perpetrati per lavare l'onore della famiglia. Giovani donne che si sono ribellate all'ordine costituito, eroine che hanno pagato con la vita il desiderio di libertà individuale e collettiva femminile. Senza contare i casi in cui le fortunate si sono salvate ed hanno denunciato il misfatto.



Tutti conosciamo Malala, ormai un simbolo della lotta per l'emancipazione femminile nelle società musulmane, laddove l'istruzione rappresenta la base per poter prendere coscienza della loro condizione e trovare il coraggio e la forza di sovvertire delle regole che affondano le proprie radici in dettami dogmatici volti alla sottomissione e all'indebolimento identitario di quella porzione di popolazione appartenente al genere femminile.

Una forma di femminicidio antica e difficile da sradicare, per la convinzione che l'onore della famiglia ne giustifichi l'atto criminale.



L'onore della famiglia in talune legislazioni viene riconosciuto come un valore socialmente rilevante e a nulla sono valse le raccomandazioni della comunità internazionale a varare nuove leggi. In Pakistan il crimine d'onore è ancora tutelato giuridicamente, una legge è stata proposta per introdurlo nel codice penale ma siamo ancora lontani dalla sua approvazione definitiva. Intanto è stato respinto un disegno di legge che proponeva di portare l'età minima del matrimonio da 16 a 18 anni. La legge tiene infatti conto del fattore fisiologico che con la pubertà segna l'inizio della vita adulta di una donna. Tuttavia, non mancano anche casi di matrimoni combinati con le cosiddette spose-bambine, consuetudine che trae la propria legittimità proprio dalla vita del Profeta Maometto che sposò una bambina.



A dar voce alle donne minacciate dal delitto d'onore sul grande schermo si è espressa anche la giornalista pachistana Sharmeeen Obaid-Chinoy curando la regia del cortometraggio Une fille dans la rivière, le prix du pardon, premiato con l'Oscar come miglior documentario. La storia vera di Saba, salvatasi da un tentativo di omicidio da parte di parenti per lavare l'onore della famiglia, nonché la pressione subita in seguito dalla vittima perché accordasse il perdono ai suoi aggressori.



Ancora oggi in Pakistan, in virtù del codice penale in vigore, gli aggressori non costituiscono oggetto di persecuzione penale qualora la vittima accordi loro il perdono. Dunque, nel caso di sopravvivenza della vittima, quest'ultima subirà anche la pressione della famiglia a sottoporsi all'ulteriore umiliazione di perdonare i propri aggressori in modo che la facciano franca. Trattandosi spesso di familiari, la vittima è sottoposta al ricatto morale ed al dilemma etico tra il far condannare un familiare seppur colpevole e perdonarlo scagionandolo, nonostante l'aggressione subita e la probabile minaccia che costui continuerà a rappresentare per il suo futuro.



Ricordiamo che in Italia solo alla fine del XX secolo venne ridotta la pena per chi commettesse uxoricidio; è del 1969 l'abrogazione dell'articolo di legge che puniva il solo adulterio commesso dalla moglie e non dal marito, mentre fu nel 1981 che la legge sul delitto d'onore venne abrogata, sette anni dopo il referendum sul divorzio.



Giovanna Pandolfelli

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