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Il caso Deneuve

Il caso Deneuve

Il no ai puritani? Non sia alibi per chi importuna le donne più deboli

Mercoledi, 17/01/2018 - "Lo stupro è un crimine. Ma rimorchiare in maniera insistente o imbarazzante non è un delitto né la galanteria un’aggressione machista".
La “Lettera contro il nuovo puritanesimo” sottoscritta da Catherine Deneuve e da 100 donne famose sta provocando, come era facile prevedere, le reazioni più disparate, dall’indignazione al consenso.
Ma, al di là di questo, un suo non piccolo merito è di contribuire a illuminare quella zona grigia che l’ondata mediatica suscitata dal caso Weinstein aveva offuscato, cancellando di fatto le distinzioni tra avances e molestie, tra molestie e violenza, tra violenza e stupro e, quindi, tra comportamenti moralmente riprovevoli e atti penalmente rilevanti. La denuncia di quello che potremmo chiamare “maccartismo sessuale” con le ipocrisie che comporta – a partire dalla contraddizione tra l’uso disinvolto dei corpi e gli atteggiamenti moraleggianti – appare per molti aspetti opportuna, non solo perché un puritanesimo insincero non aiuta le donne, trasformandole tutte in vittime bisognose di difesa, ma anche perché occorre finalmente uscire dalla gogna mediatica e dalla ricerca spasmodica del capro espiatorio. Nel suo libro più recente, Rabbia e perdono, Martha Nussbaum ricorda una trasformazione fondamentale rappresentata da Eschilo nell’Orestea. Athena introduce le istituzioni giuridiche che andanno a sostituire il ciclo delle vendette, simboleggiato dal passaggio dalle antiche dee della Vendetta, le Erinni, alle Eumenidi. In effetti, la rabbia che è andata montando disordinatamente e che è stata talora rivendicata come giusta risposta a comportamenti intollerabili, come appunto le molestie sessuali denota la risposta del debole, di chi non ha possibilità e mezzi di difesa e, soprattutto, tende a trasformare l’avversario in un mostro di forza. Questo è avvenuto troppo spesso nella storia delle donne, non a caso definite come sesso debole. Una definizione che le donne hanno subito ma in cui si sono, troppe volte, riconosciute. Siamo tuttavia bruscamente passati – occorre aggiungere – dallo schema interpretativo della molestia sessuale come violenza brutale a quello che ne fa una galanteria maldestra: dalla criminalizzazione alla banalizzazione. Il femminismo gaudente che traspare dalla Lettera, col suo invito “lasciate che gli uomini ci corteggino”, richiama il clima del gioco della seduzione descritto mirabilmente dal sociologo Georg Simmel in un suo saggio sulla civetteria. Nelle sue diverse forme – civetteria adulatoria, sprezzante, provocante – la donna è protagonista di un’arte in cui rifulge il fascino del suo potere e della sua libertà e a cui anche l’uomo si presta ricavandone un particolare piacere. Il quadro descritto è quello di una società in cui entrambi i sessi godono di relazioni simmetriche che consentono loro di non essere semplici oggetti ma partner di un gioco reciproco e in cui la molestia non esiste o, tutt’al più, rischia di comparire come imperdonabile goffaggine e caduta di stile. Una visione seducente ma quanto corrispondente alla realtà che viviamo? Cosa pensare, ad esempio, del nuovo contratto degli statali che prevede la molestia sessuale come giusta causa di licenziamento? Non sono mancate le deplorazioni dichi ritiene che tutto normando, non ci siano più ambiti umani soggetti a dubbi o che si prestino a sfumature di giudizio e a contestualizzazioni storico- ambientali. Certo il limite tra la molestia e la seduzione è la presenza del consenso. Ma cosa vuol dire esattamente consenso? La filosofa femminista francese Geneviève Fraisse ha scritto un libro Sul consenso, divenuto un’opera di riferimento e oggi ripubblicato con un nuovo epilogo sul rifiuto del consenso. A suo avviso chi commette una violenza su una donna dice«non ha detto né sì né no, quindi era d’accordo», invocando una specie di consenso tacito. Su questa linea l’Università di California ha sviluppato il concetto di ‘consenso affermativo’ secondo cui acconsentire non è più un «non dire no» ma «dire chiaramente sì». Potremmo anche riferirci a quella sorta di vademecum con cui, tempo fa, il magazine del “Corriere della Sera” aveva cercato di definire il confine tra complimenti e molestie, corteggiamento e stalking, ammirazione e persecuzione, invito e ricatto, condensando in 10 domande e risposte una precettistica così dettagliata e minuziosa, nel quadro del politicamente corretto, che sembrava preludere alla proposta dell’introduzione di una sorta di “consenso informato”, favorendo quindi il passaggio, per analogia al campo medico, da una “medicina difensiva” ad una sessualità difensiva”- In altri termini: come il consenso informato non ha aiutato il sorgere di una vera alleanza terapeutica ma è servito paradossalmente a incrementare il contenzioso giudiziario favorendo, da parte dei medici, una utilizzazione del modulo come strumento di difesa preventiva da eventuali ricorsi da parte dei pazienti, in modo analogo una minuziosa definizione delle modalità, delle condizioni e dei limiti dell’espressione del consenso nel campo della sessualità potrebbe dar luogo non ad un rapporto basato sulla reciproca fiducia ma destinato, piuttosto, a incrementare la litigiosità e a regolare la guerra tra i sessi.
Segnalati, sul filo del paradosso, i rischi di una giuridicizzazione che tende ormai a invadere ogni ambito della nostra vita, si deve tuttavia riconoscere l’importanza di un intervento legislativo che riconosca la gravità del problema: il potere ricattatorio di chi molesta, la vergogna provata da chi subisce, la difficoltà di denunciare e intentare una causa. Ciò vale, in tutta evidenza, per le molestie sessuali sul luogo di lavoro, vere e proprie pratiche di umiliazione che una società impegnata nella difesa dell’eguaglianza deve prendere molto seriamente. Per questo l’invito spavaldo di donne privilegiate che dicono “sì alla libertà di importunare” risulta mortificante e irresponsabile. Se la cultura sta sia pur lentamente cambiando e le donne non sono più silenti, non possono essere queste le loro nuove parole.
Articolo di Luisella Battaglia pubblicato su Il Secolo XIX dell'11 gennaio 2016


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