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Franca, manager con la 'voglia di sognare' - di Cristina Ropa

Franca, manager con la 'voglia di sognare' - di Cristina Ropa

Intervista a Franca Scagliarini, 63 anni, HR Manager e scrittrice al suo primo libro: “La voglia di sognare ancora”

Giovedi, 13/12/2018 - Occhi grandi, determinati, sorriso calmo e accogliente Franca Scagliarini, HR Manager della ditta di trasporti Transmec, mi è seduta di fronte, mi guarda e mi spiazza per la sua sincerità: “Ti ho vista strana l’altro giorno alla presentazione del mio libro, tutto bene cara?”. Mi rincuora sapere che una donna in carriera come lei, sempre a battagliare per i diritti, sia riuscita a mantenere empatia, sensibilità e dolcezza. Quest’anno ha deciso di pubblicare il suo primo libro “La voglia di sognare ancora” (ed Minerva) e di raccontare la sua storia, le sue radici così semplici e al contempo di grande ispirazione. Franca detiene alcuni primati che non passano inosservati: prima donna ad arrivare in Transmec, azienda emiliana nel settore logistica e spedizioni, con una formazione da dirigente, prima anche ad aver introdotto politiche e assunzioni femminili che hanno portato l’azienda a zero paygap e a una forza lavoro costituita dal 49,9% di donne di cui il 55% di management. La sua passione e continuo impegno nel valorizzare le competenze e anche i bisogni delle donne sul luogo di lavoro hanno ricevuto quest’anno l’importante riconoscimento del Premio Mela D’Oro 2018 conferito alla Transemc come Azienda Work Life Balance Friendly.

Come sei riuscita a introdurre così tante donne in un’azienda storicamente maschile?
È stata molto dura. Le donne assunte sono state scelte per la professionalità che esprimevano. Mano a mano che le inserivamo abbiamo visto un miglioramento dell’ambiente e dell’efficienza. Le donne riescono a gestire meglio le difficoltà, mantengono più ordine, con una classificazione mentale migliore. La proprietà mi ha dato fiducia e siamo arrivati a questo traguardo. La sfida è ancora molto importante: voglio migliorare alcune prassi del lavoro e portarle avanti con forza.

Ci sono stati momenti in cui ti sei sentita scoraggiata?
Sì, sono stati quelli in cui ho percepito in ruoli apicali rivalità tra le donne così come negli uomini. A volte nel top management mi sono chiesta se seguivo la strada giusta perché questa rivalità si sarebbe potuta ripercuotere nelle scelte aziendali. Penso che le donne manager debbano avere fra le priorità quella di far scendere la sfera di cristallo alle donne più giovani coinvolgendole nelle responsabilità.

Che proposte innovative hai portato?
Tra le altre, abbiamo fatto un corso sulla felicità con la professoressa Roberta Bortolucci che ha scritto il libro Imparare la felicità. Abbiamo molte risorse per riuscire a rispondere alle difficoltà della vita e del lavoro. È durato quattro giorni: ci faceva varie domande tra cui “Come vi ponete in famiglia verso i figli e i consorti?” e sul rapporto lavorativo tra uomo e donna. Un altro aspetto riguarda i licenziamenti in tempi di crisi. Il mio capo mi ha sempre detto: “Non so come tu faccia ma tutti quelli che licenzi vanno via con il sorriso”. Seppur con sforzi incredibili ho sempre mantenuto le promesse e aiutato molte persone licenziate a trovare un altro impiego.

Che futuro immagini per l’azienda?
Vorrei riuscire ad impostare un welfare che assista donne e uomini nella vita lavorativa per prevenire lo stress, sensibilizzare alla medicina di genere e fornire assistenza familiare. Con Luigia Tauro, esperta di innovazione digitale e promotrice di Knowand Be.Live, un programma di welfare aziendale per l’educazione alla prevenzione oncologica, stiamo organizzando un percorso di + conoscenza - paura. Sto insistendo affinché anche i maschi capiscano cos’è la medicina di genere perché hanno tutti delle mogli, madri o figlie e di conseguenza riguarda anche loro. Voglio lavorare sul benessere delle persone oltre che sul lavoro.

Come sei riuscita a conciliare il lavoro con la famiglia?
Mio marito, che ho sposato a 24 anni, ha avuto tanta pazienza e gliene sarò sempre grata. Mio figlio nonostante i problemi dell’adolescenza è stato molto bravo e mia madre mi ha dato una grossa mano quando era piccolo. È stata una grande fortuna.

Tua mamma era iscritta all’UDI e anche tu. Nella quotidianità come si traduce questo impegno?
Credo molto nell’UDI come associazione storica, molto attiva. Mia mamma divulgava Noi Donne e partecipava alle feste dell’8 marzo. Mi ha dato l’esempio di cosa significhi dare forza e sostegno alle donne che avevano patito tanto. Donne che lavoravano come braccianti e che lei vedeva come figure di riscatto per le donne dell’epoca. Al momento faccio pochissima attività ma spero a breve di partecipare di più e di dare il mio contributo. Il sostegno, la rete tra le donne mi ha fatto riflettere inoltre su quanto sarebbe importante unire le forze anche nell’ambito delle Onlus. In media in un anno ne sorgono 60.000 e ne chiudono 100.000. Mi piacerebbe aggregare le forze dei volontari per aiutarsi a vicenda anziché spuntare a macchia di leopardo e disperdere energie.

Questa tua sensibilità verso le persone più fragili è costante tanto che hai deciso di devolvere il ricavato del libro all’orfanotrofio Tashi Boarding School di Kathmandu, in Nepal. Come mai proprio a loro?
Ho una grandissima amicizia e rispetto di Lama Tashi, monaco buddista che ha creato questo orfanotrofio. Per me è una persona speciale che mi ha fatto crescere sia mentalmente che spiritualmente e dato un grosso supporto. So che questa è un’associazione sana ed estremamente meritevole. Ora sta sorgendo un’altra scuola anche ai piedi dell’Himalaya. Sono progetti estremi da realizzare che richiedono molto coraggio e uno spirito libero per poterli portare avanti. Io li sostengo da sempre e mi è sembrato giusto che il mio ricavato andasse a questa associazione.

“La voglia di sognare ancora”. Dopo aver raggiunto così tanti traguardi nella tua vita professionale e personale, che cosa sogni ancora?
Vorrei costituire una struttura per l’assistenza domiciliare alle persone portatrici di handicap o non autosufficienti. Credo ci sia bisogno di una formazione molto qualificata anche a chi presta cure a casa. Questo desiderio nasce dall’esperienza fatta con i miei genitori come racconto nel libro. Mi piacerebbe inoltre lavorare sui bambini con l’Happiness Curriculum, un nuovo programma di studi sulla felicità, già introdotto nelle scuole di Nuova Dehli, che mira a trasmettere intelligenza emotiva attraverso la meditazione, la narrazione e le attività in cui l'attenzione si concentra sui bisogni emotivi e mentali degli studenti. È stato presentato dal Dalai Lama il 7 luglio di quest’anno all’Università della capitale indiana di fronte a professori universitari che avevano lavorato con lui al progetto. In Italia vorrei applicarlo aiutando i bambini nelle scuole ad avere momenti di rilassamento mentale, alleggerendo l’ansia del profitto scolastico. Vorrei essere promotrice di un approccio diverso per contribuire a un futuro migliore. Il titolo del mio libro infatti nasce per dare un messaggio di speranza: a qualsiasi età bisogna credere nei propri sogni e rinnovarsi quotidianamente, senza arrendersi. Mi piace pensare che il meglio debba ancora venire.

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