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Felicità / Tra il sacro e il profano

Felicità / Tra il sacro e il profano

- ... l’eudemonismo, termine che rimanda al fondamento della vita come realizzazione etica....

Emanuela Irace Lunedi, 04/07/2016 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Luglio 2016

Una risata e il primo bacio. L’acqua bevuta a garganella dopo una corsa. La festa di laurea con il vestito che ti sta a pennello. Attimi che accecano, desideri che si realizzano, paure che si dimenticano. Sorella minore dell’amore, la felicità ha la misura del momento e la velocità di un passaggio mai permanente. È il tempo che acquista lo spessore necessario al ricordo, la sorpresa live che accarezza il presente, l’immaginazione del futuro.



Depennata da Voltaire nel suo dizionario filosofico, coincide per gli antichi greci con l’eudemonismo, termine che rimanda al fondamento della vita come realizzazione etica. Una morale che James Hillman scandaglia in tutta la sua profondità partendo proprio dall’etimologia del concetto greco traducibile con: essere in compagnia di un buon demone.



È il daimon - l’anima, il paradigma - come il genius dei latini o l’angelo custode dei cristiani. Ma è anche la forma fondamentale, l’immagine primigenia che ci crea nella nostra individualità e ci fa felici. La ghianda che definisce il progetto della nostra vita e che ciascuno incarna. Negli archetipi di Hillman, come per Socrate e Platone, è il marchio che riceve il carattere fin dall’infanzia e che prima o poi svela chi dobbiamo essere. In altre parole, diventa quel che sei o per dirla col gigante Gargantua di Rabelais: “Fai ciò che vuoi sarà la tua legge”.



Nei secoli la traccia della felicità compie arzigogoli e volteggi, tra equilibrio e misura, bene supremo o estasi mistica, si accompagna ai canoni dominanti nelle diverse epoche. Dalla mitica età dell’oro, sempre invocata, tutti la citano ma in pochi l’approfondiscono per quell’essenza passeggera, legata alle passioni e al capriccio di desideri materiali che poco interessa la speculazione dei filosofi. Sdoganata in età moderna dalle correnti del giusnaturalismo diventa centrale nel Contratto Sociale di Rousseau. Il teorico della democrazia diretta ne fa un principio cardine della politica, intesa come risultato di una scelta naturale che l’uomo attua per essere felice e trovare: “Una forma di associazione che difenda e protegga con tutta la forza comune la persona e i beni di ciascun associato e per mezzo della quale ciascuno, unendosi a tutti gli altri, non ubbidisca tuttavia cha a se stesso, e resti altrettanto libero quanto prima”.



Dalle contaminazioni con il diritto e la politica il concetto di felicità assume valore pedagogico nell’Emilio. L’opera più conosciuta dello scrittore ginevrino che in polemica con i filosofi illuministi celebra la felicità dell’individuo come imprescindibile da quella dell’intera umanità, come egli stesso scrive nel primo Discorso: “Non si tratta affatto di quelle sottigliezze metafisiche che hanno invaso tutte le parti della letteratura, ma si tratta di una di quelle verità che riguardano la felicità del genere umano”. Felicità nella libertà e secondo natura, perché la più importante regola di ogni educazione: "non è di guadagnare tempo, è di perderne”.



Sulla centralità del problema educativo Rousseau riesce ad anticipare molti temi del Romanticismo e della successiva psicanalisi, aprendo alla consapevolezza di un mondo interiore, oltre che politico, rispetto al quale in tanti possono, felicemente, dirsi suoi epigoni.

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