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Educazione di genere. Perché tante polemiche?

Educazione di genere. Perché tante polemiche?

SOS Filosofia - Gli indirizzi Ue sull’educazione di genere e il silenzio assordante della scuola italiana, che ignora ufficialmente gli Women's e Gender Studies*

Francesca Brezzi Lunedi, 14/11/2016 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Novembre 2016

Un assordante silenzio denota una volontà di “insabbiamento” per togliere dall'agenda politica un argomento spinoso (per chi?). Ci riferiamo alla tanto discussa (da chi?) educazione di genere, che apparsa come una meteora nella legge Buona Scuola, in cui si promettevano tavoli di lavoro, azioni concrete nella prassi educativa, è svanita appunto. Unico accenno, invero inaspettato quanto violento, è arrivato da parte del Papa nella lontana Georgia, ma di questo parleremo in maniera più approfondita la prossima volta. Dobbiamo ricordare come sfondo che dopo più di settanta anni dalla loro irruzione con il femminismo, la situazione scolastica e universitaria italiana ignora ufficialmente gli Women's e Gender Studies, così fiorenti nel mondo anglosassone, ma anche in Francia e Germania, paesi nei quali gli studi sulle donne hanno conquistato dignità scientifica e statuto ben definito, laddove in Italia non esistono insegnamenti riconducibili a tale ambito di ricerca (o forse due o tre nell’Università) e questi argomenti sono trattati solo se inseriti in discipline tradizionali, legati al ‘momentaneo’ interesse del/della docente, sostanzialmente marginali o sommersi.

Perché un soggetto usuale in molti paesi europei è assente in Italia? Troppo lungo rispondere, ricordando tuttavia che il femminismo (forse più corretto dire i femminismi) italiano è stato ed è fiorente, ma va segnalata questa sua interessante (paradossale) particolarità di dentro e fuori: visibilità esterna contra assenza.

Adesso l’Unione Europea chiede nelle scuole l’educazione alla Gender Equality - non si parla quindi della “famigerata” teoria del genere, sulla quale ci si dovrebbe documentare - ma di una formazione che favorisca, anzi promuova una partecipazione equa e non discriminatoria di ognuno/a alla vita familiare e sociale, perché essa è considerata il presupposto fondamentale per la cittadinanza democratica. Tra l’altro le indicazioni europee (austerity, pareggio di bilancio, pensionamento prolungato delle donne, etc.) sono sempre state recepite e con velocità sospetta applicate, mentre questo tema fa fatica ad essere accettato, nelle scuole e nelle università.

Non solo, ma si è scatenata una campagna di stampa che ne rilevava il rischio (?), si spacciavano per educazione al genere teorie non rispondenti alla scientificità, al vero contenuto, etc.

Quindi forse “a bocce ferme” si può ritornare sull’argomento, anche se per le lettrici di NOIDONNE sono argomenti ben conosciuti.

In primo luogo l’espressione genere/gender, oggi oggetto di forti polemiche. Dai documenti ufficiali di Onu, Ue, Eige (European Institute for Gender Equality) e da ultimo dalla Convenzione di Istanbul emerge che “con il termine genere ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività, attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini”; laddove “sesso” indica la differenza naturale fra uomini e donne - secondo alcune scuole filosofiche definibile anche ‘ontologica'- gender fa riferimento alla differenza di ruoli sociali, politici, economici e familiari. Non si dovrebbe ripetere, ma ricordiamo che il genere non interviene sugli aspetti biologici (gender/transgender) e non facilita fenomeni di omosessualità, trans-sessualità o omogenitorialità; è quindi infondato sostenere che il genere annulli la differenza tra uomo e donna in nome dell’uguaglianza, dove per uguaglianza s’intende esclusivamente la parità dei diritti.

Il genere consente invece di restituire valore alle differenze, smascherando i pregiudizi e gli stereotipi e restituendo dignità a ogni individuo senza esclusioni.

Educare in ottica di genere secondo l’Unione Europea vuol dire utilizzare una categoria d’interpretazione che consente di comprendere come l’organizzazione sociale delle relazioni tra i sessi sia una costruzione, oggi possiamo aggiungere, fondata su stereotipi, per cui si sono stabilite le attività più adatte a uomini e donne in base alla loro presunta “natura” dando vita a ruoli e spesso a gerarchie sessuali all’interno della famiglia e della società.

Da un lato, quindi, l’educazione di genere permette di scoprire l’origine sociale, culturale e non biologica/naturale dei ruoli sessuali caratteristici del sistema patriarcale, il che ha comportato che fino a tempi molto recenti, alle donne siano stati negati i diritti che caratterizzano la cittadinanza. Dall’altro tuttavia l’educazione al genere rappresenta uno progetto critico e creativo: critico perché mette in discussione le forme di discriminazione ed esclusione che la storia e la società perpetuano, creativo perché apre spazi alternativi all’autorappresentazione e auto- determinazione intellettuale delle donne. Ne deriva che l’ottica di genere nei corsi universitari e nella formazione scolastica rappresenta uno sguardo nuovo e fecondo, di grande portata educativa, che ricerca oltre le ”evidenze” indagando su aspetti sociali inesplorati o non considerati e sul persistere anche nelle società più “aperte” di stereotipi e pregiudizi..

Tra parentesi vorrei ricordare che in tanti anni di docenza (Master, dottorati) in cui si proponevano con rigore questi temi la risposta è stata oltremodo positiva e serena, anzi i corsi hanno rappresentato un momento di crescita per tutte/i noi.

La potenzialità formativa, se svolta da competenti, è enorme: introdurre l’educazione di genere a tutti i livelli scolastici significa non solo formarsi alle tematiche attinenti le pari-eque opportunità tra uomo e donna, ma altresì focalizzare l’attenzione e la prassi all’effettiva parità tra le persone, differenti per cultura, religione, etnia. Ciò consente anche di opporsi alla violenza, al bullismo che affligge le scuole (la Convenzione di Istanbul considera l’educazione di genere uno strumento indispensabile per contrastarla) e di rifiutare le discriminazioni sociali e politiche, di riconoscere il valore e la dignità di persone diverse dai modelli tradizionali per affermare una mentalità inclusiva.



*Discuto quasi quotidianamente questi temi con amiche e collaboratrici, in questo caso ringrazio Laura Moschini per gli stimoli ricevuti

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