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Collaboratori o pentiti

Collaboratori o pentiti

Perché le donne sono più restie a collaborare: spirito gregario o timore per la famiglia?

Martedi, 27/08/2019 - Leggo l’articolo di un rinomato collega napoletano che, dalle pagine de Il Mattino di qualche giorno fa, sciorina fatti e numeri di un argomento poco conosciuto, quello dei collaboratori di giustizia. Personalmente non li chiamerei pentiti, perché il loro pentimento è cosa che riguarda la loro coscienza e la legge italiana non se ne occupa, tanto che nessuno di noi ha titolo per indagarlo.
Si occupa invece, con la precisione che si addice alle leggi, delle modalità e della valenza della loro collaborazione: soprattutto di quanto e in che termini questa sia di utilità per lo Stato, regolando il rapporto che nasce con il collaboratore al quale garantisce un certo numero di contropartite, che non mi azzardo a chiamare vantaggi perché in realtà non lo sono.
I collaboratori sono così utili che, senza Buscetta, certo il più rinomato, staremmo forse ancora a porci domande su alcuni comportamenti mafiosi, sull’organizzazione e il comportamento degli adepti, ciò che Falcone aveva perfettamente capito, mentre noi stiamo ora dimenticando.
Non che nessuno avesse collaborato prima: ci aveva provato negli anni settanta Leonardo Vitale con il risultato di finire condannato per omicidio, mentre i vari Giuseppe Calò, Salvatore Riina, Vito Ciancimino venivano assolti con tante scuse. Appena scarcerato nel 84, fu ucciso perché la mafia, contrariamente allo Stato, aveva perfettamente capito l’importanza delle sue dichiarazioni e il pericolo che gliene derivava.
Insomma, in un Paese che dice di volersi liberare dalle mafie, a collaboratori familiari e affini è (dovrebbe essere) assicurata una situazione davvero “protetta”?
Va immediatamente sfatata l’idea che gli venga risparmiata la galera: vengono detenuti in sezioni speciali, il che mi pare ovvio, catalogate in tre diversi settori, a seconda della precisa posizione giuridica, mentre a moglie e figli vengono offerti alloggi protetti –si fa per dire- perché molto spesso le località sono scelte nelle zone in cui gli affitti (pagati dal Servizio Centrale di Protezione) sono meno cari. Accade dunque che vi si ritrovino collaboratori onesti oppure no (la percentuale di disonestà rimane invariata in qualunque categoria, quindi anche gli infiltrati). Dimenticavo: anche la mafia è in grado di conoscere le zone dove gli affitti sono buon mercato, che ne dite?
“Un giorno esco e incontro uno sulle scale, che mi saluta con un ghigno – mi racconta la moglie di Francesco, collaboratore detenuto – cerco nella memoria, perché è una faccia conosciuta. Ma certo! E’ l’avvocato che difende uno di quelli accusati da mio marito, quante volte l’ho visto in tribunale! Chiamo il Servizio, ho paura, gli dico. Stia calma signora, non vorrà che l’avvocato le spari… Su, non se la prenda, non possiamo impedirgli di aprire uno studio lì. Io mi agito, alzo la voce. E quello, più secco: Guardi, se non le va bene si cerca una casa dove vuole lei. E dove vado io con mille euro al mese e due figli. Vorrei lavorare, ma non posso: con quale nome, secondo voi? Anzi, le dirò di più, andavo a fare i servizi al nero da una signora. Se ne sono accorti e mi hanno minacciato di buttarmi fuori. Ma se non lavoro al nero, mi vuoi dire come faccio?”
E’ vero, come scrive il collega, che i “protetti” sono circa seimila, di cui circa cinquemila famigliari. E’ vero che lo Stato italiano si fa carico di un sussidio di 900 € più gli assegni famigliari. E’ vero che questa situazione dura troppo a lungo: come spesso accade, ciò è causato dall’incapacità dello Stato stesso a reinserire i collaboratori nella società.
Parliamoci chiaro: più sono utili, più il loro livello malavitoso era alto, non credo di doverne spiegare il motivo. Li spremiamo come limoni, perfetto – è giusto così – e poi? E poi dovremmo accompagnarli ad una diversa identità, in una località lontana, dove possano intraprendere una attività, l’esercizio di una professione. Perché i casi sono due: o sono veri collaboratori a cui hanno confiscato tutto, oppure sono “finti” e se la caveranno da soli, magari dandosi alla latitanza. La distinzione devono farla i magistrati, non i politici come ora accade.
Poche donne collaborano, ve ne siete accorti? Potrebbero, perché spesso – pur non partecipando in prima persona – sanno tutto. Vedi Lea Garofalo, uno dei tanti fiori all’occhiello del Servizio. Una madre che gli si era affidata con la figlia e che è stata uccisa: già, a Campobasso gli affitti costano poco.
Poche donne, forse perché prima sono madri e poi cittadine e faticano a mettere a rischio la famiglia, ma sono pronte a sostenere il compagno senza un rimprovero, se un giorno decide.
Generalmente non possono essere incolpate di nulla, ancor meno i figli, spesso in età scolare. Questi poi valgono solo una piccola manciata di euro: i figli dei pentiti non meritano di più.

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