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Arte, donne e femminismo

Arte, donne e femminismo

La responsabilità dell'arte nell'era dell'immagine: importante proporre messaggi corretti e che non ri-vittimizzino la donne. Un riflessione alla luce delle tante mostre che accendono un faro sull’arte di ispirazione femminista

Domenica, 05/05/2019 - “Le parole sono importanti” è una citazione ormai pop che dovremmo rivedere e attualizzare con una più funzionale al momento storico che stiamo vivendo, e cioè “le immagini sono importanti”. Siamo senza dubbio immersi nel tempo dell’immagine e, mai come oggi, è fondamentale averne consapevolezza. In quest’ottica vanno lette le numerose mostre e retrospettive dedicate all’arte delle donne e al femminismo che si stanno susseguendo in Italia negli ultimi mesi.
Tra le ultime inaugurate Il Soggetto Imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia presso FM Centro per l’Arte Contemporanea a Milano (fino al 26 maggio 2019), curata da Marco Scotini e Raffaella Perna. Mostra composta da opere di oltre 100 artiste italiane e internazionali attive negli anni ‘70 che, attraverso il linguaggio dell’arte, hanno scardinato l’assoggettamento della donna nella società. L’esposizione, che ruota intorno all’anno simbolico 1978 (in cui tra le varie cose uscì Taci, anzi parla. Diario di una femminista di Carla Lonzi e venne approvata la legge sull’aborto), è una doverosa e necessaria riscoperta del rapporto tra arti visive e movimento femminista le cui opere sono rimaste per troppi anni chiuse (o volutamente dimenticate?) negli archivi, oltre che fuori dal mercato. Inoltre, nell’onda lunga del recupero della figura e del lavoro dell’artista Tomaso Binga, Il Soggetto Imprevisto presenta anche un’installazione del suo famoso Alfabetiere Murale del 1976.
Sempre a Milano al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea trova spazio fino al 9 Giugno 2019 O AMOR SE FAZ REVOLUCIONÁRIO, la prima retrospettiva in un’istituzione pubblica italiana dell’artista italo-brasiliana Anna Maria Maiolino (nata nel 1942 a Scalea), che pone tra i temi della sua ricerca anche quello dell’identità di genere. Nella sottotraccia del suo lavoro degli anni ’60 e ’70 c’è l’immaginario del quotidiano femminile fatto dalla ripetitività delle azioni e dei compiti affidati dalla società alla donna, come il cucinare o le faccende domestiche, che l’artista critica alla radice in quanto oppressione di genere ed espressione del sessismo dominante.
Ed ancora ad un pensiero femminista si deve parte della produzione dell’artista austriaca Birgit Jürgenssen (Vienna 1949 -2003) a cui la GAMeC di Bergamo ha reso omaggio con una grande retrospettiva visibile fino al 19 Maggio 2019. Il titolo Io sono rimarca l’autodeterminazione della Jürgenssen in quanto artista, donna ed essere umano (soprattutto in relazione alla natura) che emerge dagli oltre 150 lavori realizzati in quarant’anni di ricerca. In particolare nella produzione degli anni ’60 e ’70, in cui l’artista ribalta modelli, pregiudizi, convenzioni sociali e rapporti tra i sessi, il segno distintivo interessante è nella contaminazione tra narrazione e rappresentazioneoltre che nel tratto ironico, sarcastico e dissacrante che usa i linguaggi del Surrealismo (un’ironia che ritroviamo simile anche nei lavori della giovane Romina Bassu). Lungimirante e attuale la sua attitudine a far sorridere prendendo in giro il mito del potere ed estendendo la sua riflessione a tutti i modelli di genere, sia maschili che femminili, codificati dalla società.
Anche Firenze ha dato spazio ad un’artista dichiaratamente femminista con la personale chele Gallerie degli Uffizi, nell’Andito degli Angiolini di Palazzo Pitti, ha dedicato a Kiki Smith, una delle protagoniste dell’arte contemporanea (Norimberga 1954). La mostra What i Saw on the road, aperta fino al 2 giugno 2019, propone una quarantina di opere della produzione dell’artista degli ultimi vent’anni che pone al centro della sua riflessione,a partire dalla sua visione femminista, la fragilità del corpo femminile. Riflessione che negli ultimi decenni l’ha portata a riconsiderare questa fragilità come capace di riscattarsi e di essere accolta, grazie ad una auspicata e ritrovata armonia spirituale con la natura e l’universo celeste.
Al lavoro di un’altra artista femminista, anche se di un’altra generazione poiché nata a Buenos Aires nel 1976, sono stati dedicati gli spazi del MAMbo di Bologna, dove fino al 19 maggio 2019 c’è la prima personale (in un’istituzione museale italiana) di Mika Rottenberg, curata da Lorenzo Balbi. Con un linguaggio umoristico, sarcastico e bizzarro, l’artista utilizza i diversi linguaggi del film, dell’installazione architettonica e della scultura per indagare il genere, le classi sociali e le assurdità del mondo del lavoro. Un’opera su tutte (una delle tre commissionate per la mostra) è Ponytail (Orange), in cui lunghi capelli finti, raccolti in una coda di cavallo, escono dalla parete del museo e, grazie ad un sistema meccanico, si agitano a ripetizione inducendo a riflettere sul ruolo del corpo della donna e della sua femminilità nella società contemporanea.
Sempre a Bologna, ma stavolta a cielo aperto, ricordiamo anche i paste-up dell’attivista femminista canadese Miss Me invitata a fine 2018 da Cheap (un progetto indipendente che promuove la street art come strumento di rigenerazione urbana e indagine del territorio), in occasione del Festival della Violenza Illustrata. Impossibile non notare i suoi poster, su un muro di 150 metri di lunghezza su Viale Masini, che creano un vero e proprio wall dedicato all’empowerment delle donne e alle lotte femministe. Un’operazione potente che, con un linguaggio diretto e comprensibile dalla massa, è capace di arrivare a qualsiasi passante (anche e soprattutto involontariamente). Tra i claim che l’artista ha utilizzato: “I didn’tcame from yourrib, youcam from my VAGINA”, “Don’tblame women for the misbehavior of MEN”, “It’snot me, it’s YOU”, “FUCK yourjudgment”, fino all’omaggio a Carla Lonzi con il poster “TACI, ANZI PARLA”.
Un segno di attenzione al femminismo verrà anche dalla prossima Esposizione Internazionale d’Arte della biennale di Venezia, dove il curatore del Padiglione Italia Milovan Farronato ha scelto Chiara Fumai tra gli artisti protagonisti del suo progetto espositivo Né altra Né questa: La sfida al Labirinto. Scomparsa a soli 39 anni nel 2017, Fumai ha dedicato il suo lavoro ad una rilettura in chiave femminista del canone storico occidentale improntato sul patriarcato, portando avanti un’indagine rigorosa dalla formalizzazione molto personale. Incarnando e ridando vita a femministe oltraggiate nel passato, il suo lavoro ha un’importanza di recupero della memoria storica.
Esplicitamente femminista è anche il lavoro proposto nell’ultima sezione della mostra Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (fino al 13 Ottobre 2019), dedicata alle dinamiche e alle relazioni tra gli sviluppi dell’arte contemporanea, l’emancipazione femminile e le lotte femministe. In esposizione materiale documentario proveniente da ARCHIVIA – Archivi Biblioteche Centri Documentazione delle Donne - e testimonianze di performance e film d’artista di alcune protagoniste a partire dagli anni ’60 del ‘900. A parte questa sezione, per il resto la mostra è composta da opere dedicate alla figura della donna dalla fine dell’Ottocento fino ai giorni nostri, testimoniando che bisogna arrivare agli anni ’60 per trovare il female gaze, un punto di svolta nella produzione e nell’analisi delle immagini, nei mass media come nell’arte. È a partire dalle contestazioni di quel decennio (a parte poche eccezioni nella storia antecedente) che le donne si mostrano protagoniste, in quanto artiste e autrici, della rappresentazione di loro stesse, frutto di uno sguardo soggettivo sul mondo, dopo essersi liberate finalmente dal ruolo di semplice musa e oggetto di un’arte al maschile che aveva dominato i decenni, se non i secoli, precedenti.

È questa la traccia positiva che unisce le mostre e le operazioni culturali citate fin qui: tutte accendono un faro sull’arte di ispirazione femminista, non più come produzione autoreferenziale per i movimenti femministi, ma come il segno di un passaggio storico imprescindibile dell’evoluzione e dei cambiamenti della nostra società. Il femminismo e le sue protagoniste hanno segnato la storia non solo delle donne ma anche degli uomini e, mai come in questo periodo, è fondamentale recuperarne la memoria.
La battaglia per i diritti, per le libertà e per l’autodeterminazione femminile è passata, e passa, anche dall’arte e le opere di artiste che hanno fatto la storia del femminismo hanno un valore e un significato oltre quello artistico: storico, sociale e civile, di cui oggi abbiamo tanto bisogno per risvegliare il senso civico, soprattutto nelle nuove generazioni che credono che i diritti acquisiti di cui godono dalla nascita siano scontati. È quindi di sostanziale importanza che queste opere escano sempre più assiduamente dagli archivi in cui sono state conservate e vengano riproposte ad un pubblico più ampio e generico possibile, composto soprattutto dai giovani, ai quali abbiamo veicolato poco e male qual è stata la storia della condizione femminile nei secoli.
Ed è per questo che, mentre vanno incentivate e moltiplicate mostre come quelle succitate, vanno criticate e contestate (così come è giustamente accaduto) esposizioni come Maestà Sofferente, un’installazione di otto metri del designer Gaetano Pesce posta in bella vista, in un luogo centrale e di passaggio come Piazza del Duomo a Milano, per circa 10 giorni in occasione dell’ultimo Salone del Mobile con lo scopo, dichiarato dal Comune di Milano, di sensibilizzare sul tema della violenza sulle donne. L’installazione, ispirata alla storica poltrona Up5&6 realizzata da Pesce 50 anni fa, raffigurava un corpo femminile senza testa, condannato ad una palla al piede, infilzato da centinaia di frecce. Stiamo parlando dunque di una rappresentazione della donna oggetto, incatenata e vittima di attacchi, pensata da un uomo ben 50 anni fa, quindi datata 1969 e cioè nel pieno delle contestazioni femministe che hanno combattuto proprio contro queste raffigurazioni stereotipate e umilianti della donna. Se ci fosse stata conoscenza e divulgazione della storia della condizione delle donne, se in questi 50 anni si fosse diffusa memoria storica e una cultura attenta ai temi di genere e della parità tra i sessi, se si fosse riflettuto sul senso delle battaglie delle donne e delle artiste donne, probabilmente un’istituzione come il Comune di Milano non avrebbe fatto questo grandissimo errore offensivo verso il genere femminile. La dichiarazione del sindaco di Milano Giuseppe Sala “Mi sembra un messaggio contemporaneo” è un chiaro esempio di come nelle istituzioni non ci sia un sapere e una cultura sui temi che riguardano le questioni di genere, e in particolare sul problema della violenza maschile. Maestà Sofferente non ha fatto che riproporre il male gaze, e quindi un punto di vista e uno sguardo maschile (e maschilista) che tende a deresponsabilizzare l’autore di una violenza, cioè un altro uomo.Uomo che ha interiorizzato la violenza maschile e l’assoggettamento della femmina come una condizione normale, tanto che viene naturale continuare a rappresentare la donna (e avallarne la rappresentazione) come figura passiva, facendo passare il messaggio che vi sia predestinata senza soluzione di non continuità. Ma nel 2019 questo pensiero che si fa immagine non è più tollerabile. Siamo fuori tempo massimo per la raffigurazione di una donna-poltrona-prigioniera-di-sé e abbandonata al proprio destino perché, se ancora negli anni ’60 non c’era consapevolezza del male gaze, oggi questa consapevolezza c’è. Ci sono gli strumenti per analizzare il valore e il potere di un’immagine, e soprattutto per un tema delicato come quello della violenza maschile ci sono delle linee guida dettate da trattati internazionali (uno su tutti la Convenzione di Istanbul del 2011) che ne danno delle indicazioni per la rappresentazione e la narrazione nei media.
Per esempio: bisognerebbe diffondere le immagini di donne che resistono e vincono contro la violenza, promuovere un racconto sulle reti di solidarietà per le donne, analizzare e contrastare la cultura diffusa della violenza, sfruttando anche il ruolo strategico positivo dei media nell’informare e nell’influenzare sulla percezione collettiva. Ora gli strumenti per fare questo passo culturale ci sono e quindi non è più ammissibile che le istituzioni sbaglino operazioni plateali, come questa di Pesce (boomerang per il fine che si era data e utile solo alla promozione del design) perché sono le prime a dover rispettare dei codici oggi di comune conoscenza. Maestà Sofferente non ha registrato il nostro tempo e tanto meno ne ha favoritola decodificazione. Ma in maniera irresponsabile ha proiettato nell’immaginario collettivo (pensiamo alla quantità di foto dell’installazione che sono circolate sui media e sui social) una estetizzazione della violenza, alimentando una comunicazione tossica e sessista. Abbiamo assistito ad una spettacolarizzazione delle vittime di violenze che non ha aiutato la causa delle donne, anzi ha aiutato ad affondarla. Se io fossi una donna abusata mi sarei identificata in quella poltrona? Mi sarei sentita compresa e aiutata? No, direi proprio di no. Piuttosto mi sarei sentita additata, colpevolizzata, screditata. Nuovamente violata. Tecnicamente rivittimizzata (le parole sono ancora importanti).
L’arte ha il potere della rappresentazione e dell’evocazione e, se è vero che oggi viviamo nell’epoca dell’immagine, allora anche l’arte dovrebbe porsi in una posizione di responsabilità. Finché si continuerà ad alimentare l’immaginario con immagini portatrici di messaggi in cui la donna non appare come essere libero e autodeterminato, finché gli uomini continueranno a proiettarvi la loro visione patriarcale della società e non prenderanno coscienza di sé e dei propri limiti culturali, finché l’autorappresentazione della donna rimarrà rinchiusa nel femminismo tout court e non arriverà alle masse, avremmo ancora bisogno di sviluppare senza critico sulle questioni di genere.
E allora ben vengano altre mostre sull’arte delle donne e sul femminismo perché c’è ancora tanto lavoro da fare a livello culturale e storico. In questo l’arte può molto ma purché agisca e si muova nel senso della responsabilità e della conoscenza, anche e soprattutto dell’educazione all’immagine.

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