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“Nome di Donna”: un film per dire ‘basta’ alle molestie sessuali sui luoghi di lavoro.

“Nome di Donna”: un film per dire ‘basta’ alle molestie sessuali sui luoghi di lavoro.

Nelle sale l’ultima pellicola di Marco Tullio Giordana, sceneggiata da Cristiana Mainardi ed interpretata da Cristiana Capotondi

Martedi, 06/03/2018 - Ci sono film utili e necessari, come ‘Nome di Donna’, meglio ancora se ben confezionati come nel caso dell’ultima fatica di Marco Tullio Giordana, un autore da sempre impegnato su temi civili e sociali (ricordiamo, fra gli altri, ‘I cento passi’ e ‘La meglio gioventù’): si tratta di un’opera che racconta, in tono sommesso ma non per questo senza colpire nel segno, un’ ‘ordinaria’ storia di molestie sessuali, perpetrate da un dirigente ricco, potente e protetto, ai danni di sue sottoposte, vulnerabili, socialmente deboli e ricattabili. Finché un giorno, finalmente, una di loro si oppone ma a caro, carissimo prezzo.

“Nome di donna” - afferma la sceneggiatrice - è nato tre anni fa dal desiderio di guardare alla condizione femminile nel mondo del lavoro, escludendo le discriminazioni più macroscopiche, come la disparità salariale, per studiare invece quelle più sottili – e dunque subdole – assunte come una sorta di (sotto)cultura diffusa. Quel senso comune, quell’ovvietà, capace di insinuarsi nel quotidiano, di diventare parte integrante del modo di vivere e di lavorare, di rapportarsi agli altri Credo che ogni donna possa comprendere esattamente queste parole, e - per fortuna - anche molti uomini”.

Nina, la protagonista del film (una misurata Cristiana Capotondi, attrice che di recente ha prestato il suo bel volto alla TV per interpretare l’avvocata Lucia Annibali, fatta sfigurare dall’ex-fidanzato) è una madre single, disoccupata da tempo, con una figlia, e decide di trasferirsi da Milano in un piccolo paese della Lombardia, quando un prete amico di famiglia le trova un lavoro come inserviente tuttofare in una villa-residenza per anziani facoltosi. In questa magnifica magione, la giovane donna inizia a ricostruire la propria autostima grazie al lavoro ed al buon salario, finché un giorno viene convocata dal viscido direttore dottor Torri (un perfetto Valerio Binasco che riesce a rendersi odioso già dai primi fotogrammi) che senza tanti complimenti ‘ci prova’ e di brutto. Ma lei non ci sta, lo spintona e fugge. Allo sgomento ed all’umiliazione, seguirà la rabbia perché le colleghe-amiche inservienti, tutte a conoscenza del ‘vizietto’ del capo e vittime anch’esse, lo nascondono da anni, conniventi, per paura di perdere il posto, ricattate perché straniere, povere e senza appoggi. Inizia così un braccio di ferro tra Nina, una sindacalista CGIL che la spinge a denunciare i fatti, i vertici dell’azienda ed il prete-manager della residenza - il simpatico attore Bebo Storti qui in una parte insolita ed esecrabile - anche lui connivente e sostenitore del lupo cattivo (come purtroppo insegna la vita vera, anche il clero è spesso in prima linea in fatti scabrosi).

Dopo aver deciso di procedere alla denuncia, Nina subirà le pesanti conseguenze del suo gesto, additata da tutti come spiona, sospesa per un mese dal lavoro con false accuse, costretta a ritrattare per non perdere tutto, sostenuta solo dall’amore del suo ragazzo, buono (per fortuna ce ne sono tanti!) e sconvolto anche lui dai fatti accaduti, e da un’avvocatessa d’eccezione (nel ruolo la brava Micaela Cescon) battagliera fino alla fine. Il Tribunale cerca prove ‘oggettive’ e certe, anche perché la controparte è un uomo in vista nel paese, ed ha i migliori avvocati (anzi, la migliore avvocatessa): il verdetto finale dovrà rendere giustizia non soltanto alla singola donna vittima di quel fatto reato, di quella molestia, ma a tutte le donne molestate e terrorizzate, sul lavoro ed altrove, in un sistema che trova spesso sponde e connivenze fra esponenti di tanti mondi che abusano del proprio potere, grande o piccolo. Il film affronta anche il tema delle ‘vittime collaterali’, in questo caso la moglie e la figlia del Torri, e delle conseguenze psicologiche e sociali che la scoperta di un marito/padre molestatore abituale avrà sulle loro vite.

“Se un’ indagine Istat svolta nel 2008/2009 - prosegue la sceneggiatrice - ha accertato che in Italia circa la metà delle donne, in un arco di vita compreso fra i 14 e i 65 anni, aveva subito ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato (vale a dire 10 milioni e 485mila donne), il nuovo rapporto 2015/2016 (8 milioni e 816mila donne), conferma che quasi un milione e mezzo di donne ha subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul luogo di lavoro. Ma al di là della freddezza delle statistiche, è stato come vedere e sentire un esercito immenso - e tuttavia anonimo e silenzioso - sostenere un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, di decennio in decennio, una battaglia che non avrebbe dovuto essere combattuta mai e che non si dovrebbe combattere ancora adesso: solo perché si è donne. In nome del diritto al lavoro e in difesa della propria dignità.”

A completare il cast, oltre allo splendido cameo di Adriana Asti nel ruolo di una bizzarra, anziana attrice ospite della residenza che sviluppa una simpatia per Nina e la aiuta come può, tante brave attrici, fra le quali Silvia Gallerano (poliedrica attrice di teatro, qui nel ruolo di Lucia, la prima delle molestate dal perfido direttore), Anita Kravos, Laura Marinoni, Patrizia Punzo, Patrizia Piccinini, Vanessa Scalera, Linda Carini, Stefania Monaco.

Il film esce in sala l’8 marzo distribuito da Videa.

Perché l’esercito anonimo di milioni di donne che subiscono molestie sul lavoro non sia più invisibile.

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