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Al fuso della parola-Antropologia e poesia nell'opera di Antonia Pozzi

Al fuso della parola-Antropologia e poesia nell'opera di Antonia Pozzi

C’è nella poesia di Antonia Pozzi (1912-1938) un’urgenza costante di presagio, commista ad un anelito, al dono pieno di sé.

Lunedi, 01/07/2019 - Paolo Carlucci

Al fuso della parola
Antropologia e poesia nell’opera di Antonia Pozzi

C’è nella poesia di Antonia Pozzi (1912-1938) un’urgenza costante di presagio, commista ad un anelito, al dono pieno di sé. Un crepuscolare canto selvaggio anima molti dei suoi versi, e sin dagli esordi adolescenziali, ella pare presentire il suo perdersi, nel tramonto di un atollo di solitudine immenso, come il mare che ferma nel brevissimo testo di Visione, quasi il frammento di un diario. Questo, e molti dei suoi primi sforzi poetici ci offrono la preistoria inconscia di questa bambina sola, cocciuta. Testi da leggersi ed avvertire come preziose gemme di confessione psicologica, dunque già le prime scritture-appello di Antonia, ancora per poco al sicuro nel rifugio dell’aula scolastica.
Ancora per un anno la scuola/ a preservare la mia fanciullaggine cocciuta/. / Poi la mia vita sola/ un mare aperto- come una vela sperduta.
L’offertorio poetico delle sue emozioni profonde destinate ad Antonio Maria Cervi, oggetto di un intenso amore avversato da un borghese perbenismo familiare, la segnerà in modo assoluto come donna e come poeta, in continua tensione verso una totale ma inappagata sete d’ amore. Scivola così in toni melodrammatici, teatrali, come in questi versi di “Lagrime”: Lascia ch’io pianga. / Perch’io non potrò mai avere – intendi?-/ né le stelle/ né lui.
La spiritualizzazione del desiderio, la selezione etico-ideologica del lessico vivo e canto di lei è stata ricondotta, anche per volontà paterna, attenta, nel clima fascista, al bon ton della famiglia dabbene della ragazza suicida, ad alvei pseudo-ermetici. Insomma un lago al tramonto di parole sommesse e sommerse, il mondo della scrittura della Pozzi; e quest’ottica ambigua ha agito potentemente nelle successive interpretazioni e letture critiche della sua opera.

Un inesausto slancio vitale che resta però, come molti dei suoi fiori (che lei stessa amava fotografare), ammirati nella natura lombarda di Pasturo, e trasposti in molte delle sue poesie, sono sentiti come cromatismi profondi del proprio essere, l’eterna fragilità del fiore effimero per eccellenza, si fa già sudario per un’anima che soffoca e muore. Così in questi versi di Fiori, la giovanissima Antonia si vede simbolicamente già nel proprio finire, incompiuta alla vita, sfiorire, come una nuova Silvia, un’Ofelia, o come un’ondina di quella letteratura tedesca e nordica da lei molto amata (in aura già rilkiana – il Rilke tradotto da Vincenzo Errante, uno dei suoi professori prediletti.
In modo fiabesco si sente spersa e nel chiostro d’oro, cerca l’illusione primaverile, e sotto un cielo nero c ‘è il grido drammatico di lei. Chi mi vende oggi un fiore? / io ne ho tanti nel cuore:/ ma serrati / in grevi mazzi/ ma calpesti - ma uccisi, tanti ne ho che l’anima/ soffoca e quasi muore/ sotto l’enorme cumulo/ inofferto. Il presagio di morte torna in termini crepuscolari, ma anche marcato da quell’inofferto; un verso lasciato lì solo, assoluto, dono di parola. Ermetismo sui generis, per nulla epigonale, di una condizione umana in cammino verso la morte.
Si delinea così in Parole il diario segreto di un salire impetuoso di vita e di sperimentazione poetica. Tu sei tornato in me/ come la voce/ d’uno che giunge/ ch’empie d’un tratto la stanza / quando è già sera. Al fuso della parola sta la mente che trema d’amore, attendendo… E questo sogno di redenzione innamorata e segreta nel desiderio, vetta alpestre e dello spirito è il fulcro delle Parole di Antonia Pozzi. L’opera, già apprezzata da Montale ed altri poeti, è recentemente tornata a mostrarsi nella sua testualità originaria.
Filologicamente rigorosa, l’edizione critica, finalmente completa di “Tutte le poesie” della Pozzi, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, per le edizioni ‘Ancora, uscita nel 2015, ricostruisce infatti la tormentata vicenda degli autografi sulla base dei Quaderni e delle Lettere. Il volume rappresenta oggi un punto di arrivo negli studi sull’opera della poetessa di Pasturo, rispetto alla classica silloge della Garzanti e delle precedenti edizioni, segnate ancora dalle manomissioni profonde operate principalmente dal padre e dagli altri familiari della ventiseienne suicida per un amore negato per Antonio Maria Cervi, il suo insegnante di lettere e vivace intellettuale, un meridionale di umili origini, con 18 anni in più di lei, carismatico docente del prestigioso Liceo Manzoni, scuola frequentata dai ceti alti della società milanese, avvezzi alle eleganti ma ipocrite norme borghesi di decoro e scandalo in base ad una pseudo moralità, nella Milano degli anni Trenta.
Grazie alla nuova esegesi dei Quaderni e delle Lettere, sono così riemerse appieno le parole inquietanti, cassate o manipolate in chiave ermetica, causa perciò di un’inclusione stilistica davvero poco consona alle parole di fuoco e di cielo di Antonia. Una vicenda umana e culturale esemplare, dunque, soprattutto in chiave psicocritica, quella della Pozzi. La volontà di sublimare, dare smalto segreto di parole assolute al diario amoroso e proibito del corpo di Antonia Pozzi, innamorata del giovane professore Antonio Maria Cervi, segna la disperata ferocia difensiva, familiare e perbenista, dei turbamenti profondi, fisici di una ragazza chiamata alla poesia come canto selvaggio di vita, sorretta dal sogno, da una enorme forza onirica per una irrealizzata maternità.
Ho adorato la forza irta e selvaggia / che fa le mie ginocchia avide al balzo; / la forza ignota e vergine che tende / me come un arco nella corsa certa.
Presaga sin dall’adolescenza di un’antropologia della morte attesa per tornare attraverso un utero d’acqua all’amniotica della natura, nel verde pensiero che scorre, di un ruscello, metafora eraclitea di vita perenne. E così lei, che finì vittima di una morte per annegamento, annunciata e trasfigurata già vi allude in molti versi di rara forza e bellezza. Si veda, ad esempio, il testo di “Giacere”.
Ora l’annientamento blando / di nuotare riversa / col sole in viso / - il cervello penetrato di rosso / traverso le palpebre chiuse -. / Stasera, sopra il letto, nella stessa postura, / il candore trasognato/ di bere, / con le pupille larghe, / l’anima bianca della notte
Pensare la vita nel naufragio d’una maternità negata e risolta in agnizione di parola. Così Antonia Pozzi dà alla forma l’odore del cuore, che scrive potenti lettere di verità; documento di antropologia poetica, dunque, l’opera, le parole in versi di una vita sognata all’ombra di un desiderio vivo ed immenso, la poetica di Antonia Pozzi va intesa come vernice di sangue allo specchio della poesia, cui offrire in precisa contemplazione di forma, il proprio pianto nascosto, l’estasi per una natura piena d’ombre, anche nel veleno di luce di un giorno d’estate.
Un cuore di verità assassinate: questo, canta la parola, particolarissima, tutta sua, e per nulla epigonale di quei modelli dell’ermetismo, insomma degli astratti silenzi privilegiati dalla voga solariana negli anni Trenta. Un ‘900 in un vertice che è vetta di luce. Nelle sue parole, ininterrotta confessione lirica intesa come bruciante scrittura, testamento-documento di verità, come aveva meditato grazie al magistero filosofico di Antonio Banfi. Questo in conclusione il magistero poetico delle parole di Antonia Pozzi La sua poesia si fa preghiera e insieme un canto sorgivo di vita e di passione. La tormentata relazione, fisica ed intellettuale, avvelenata purtroppo dalle convenzioni, che dal 1927 la segnerà in modo assoluto, e cioè l’incontro e l’Educazione Sentimentale con il suo docente di lettere classiche, l’intellettuale Antonio Maria Cervi, ci dà anche una prova del modello arcaico, pre-fascista basato sull’atemporale ipocrisia familiare perbenista. L’eterna ipocrisia borghese che espurga gli aspetti più forti, carnali, del diario del corpo proibito della giovanissima poetessa lombarda, nella rarefazione spiritualista di un amore vero, sofferto fino al martirio per acqua della ventiseienne Antonia, che all’inferno conduce; e post mortem ricondotto a canoni cerimoniosi di un ermetismo misterioso, manierato. Le chiare, lancinanti parole di Antonia Pozzi, la quale sente l’Es, l’inconscio di un rimorso inscritto in aspro, lacerante cammino di agnizione; che approda a sua volta ad una irrinunciabile confessione a specchio, alla preghiera poetica di un’impossibile pienezza di vita, sognata e dispersa alla fine, nella chimica corrente e fatale di un ruscello gelato.
Incanto di preghiera, la parola lustrale e santa per l’amore lontano ...
Archetipi verbali germinano nei suoi versi degni forse di un sempre più ampio studio antropologico-culturale e psicologico, per dire il peso e il profondo del mondo di Antonia: anima vera, ribelle ad etichette di genere, una tra le voci più alte della poesia del Novecento. Come intona e splende la sua Preghiera alla poesia. Un‘appassionata, modulata dichiarazione di sé.
Oh, tu bene mi pesi/ l’anima, poesia: /tu lo sai se io manco e mi perdo / tu che allora ti neghi/ e taci. / Poesia, mi confesso con te/ che sei la mia voce profonda: / tu lo sai, / tu lo sai che ho tradito/ ho camminato sul prato d’oro / che fu mio cuore / ho rotto l’erba, / rovinata la terra / poesia- quella terra/ dove tu mi dicesti il più dolce, / di tutti i tuoi canti… Poesia , poesia che rimani / il mio profondo rimorso, / oh aiutami tu a ritrovare / il mio alto paese abbandonato- / Poesia che ti doni soltanto / a chi con occhi di pianto si cerca - / oh rifammi tu degna di te, / poesia che mi guardi.

Nota
Per citazioni e riferimenti si veda l’opera Antonia Pozzi, Parole, Tutte le poesie, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, ‘Ancora, Milano 2015

Copyright 2019 © Paolo Carlucci

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