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Aborto farmacologico e appropriatezza delle cure

Aborto farmacologico e appropriatezza delle cure

Salute Bene Comune - L’aborto medico può essere espletato in sede ambulatoriale, nei consultori familiaridi e solo in ultima ratio in regime di day hospital

Michele Grandolfo Venerdi, 08/01/2016 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Gennaio 2016

 L’associazione AMICA (associazione medici italiani contraccezione aborto) ha inviato una lettera aperta alla ministra della salute, Beatrice Lorenzin, riguardo le modalità dell’aborto medico (o farmacologico, RU486), sollecitando un cambiamento della normativa di applicazione che oggi prevede un ricovero ospedaliero di tre giorni. Sulla base delle evidenze scientifiche, dell’esperienza ultraventennale e delle raccomandazioni dell’OMS, non c’è alcuna ragione che sostenga la ragionevolezza dell’attuale normativa. L’aborto medico può essere espletato in sede ambulatoriale e sarebbe raccomandabile nei consultori familiari dove, peraltro, l’obiezione di coscienza è molto meno presente rispetto all’ambito ospedaliero, solo in ultima ratio in regime di day hospital, come peraltro prescrive con molta previdente saggezza la stessa legge 194/78. Come dovrebbe essere per tutti i servizi di primo, secondo e terzo livello per qualsivoglia attività del servizio sanitario nazionale deve essere garantita l’integrazione in rete.



Sostenere che tale semplificazione possa rappresentare una banalizzazione del ricorso all’aborto è un’offesa alla dignità della donna e un insulto all’evidenza dei fatti. Anche i legislatori oppositori della legge 194/78, tra le altre motivazioni, addussero tale timore sostenendo che legalizzando l’aborto si sarebbe banalizzato il suo ricorso e sarebbe aumentata la sua richiesta. L’andamento epidemiologico dell’IVG, documentato ogni anno dalle relazioni ministeriali al parlamento, grazie al sistema di sorveglianza attiva messo a punto e gestito dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), in collaborazione con il ministero, l’Istat e le Regioni e Province Autonome, ha clamorosamente smentito tale timore: la legalizzazione, e soprattutto il riconoscimento alla donna del diritto all’ultima parola, ha determinato una crescita di consapevolezza sempre maggiore nella gestione della procreazione responsabile, grazie all’impegno dei consultori familiari nel garantire informazione e counselling. Le indagini nazionali condotte negli ultimi 15 anni dall’ISS testimoniano l’aumento nell’uso di metodi per la procreazione responsabile in modo incontrovertibile. Il ricorso all’aborto tra le italiane è diminuito del 70% (relazione ministeriale 2015) e anche tra le straniere il ricorso all’aborto sta diminuendo, grazie al lavoro prezioso dei consultori familiari.



È espressione di totale irresponsabilità politica, amministrativa e tecnica effettuare interventi terapeutici in strutture inappropriate anche per i costi aumentati indebiti che si devono sopportare e senza trascurare i rischi di infezioni nosocomiali, particolarmente perniciose e difficilmente controllabili a causa dell’antibiotico-resistenza. Il richiamo all’appropriatezza gestionale rimanda anche alla insensatezza scientifica di limitare l’aborto medico entro i 49 giorni quando le raccomandazioni OMS e l’esperienza consolidata internazionale indicano appropriato un termine di 63 giorni , il che aumenterebbe fino a oltre il 50% il numero di IVG espletabili con procedura medica. Il quadro dell’appropriatezza clinica e gestionale si completerebbe se si ponesse fine allo scempio di eseguire l’aborto chirurgico in anestesia generale. Alla maggiore tutela della salute della donna corrisponderebbe un ingentissimo risparmio di risorse da impiegare per potenziare i consultori familiari secondo le raccomandazioni del Progetto Obiettivo Materno Infantile, il che produrrebbe ulteriori innumerevoli benefici di salute e ulteriori risparmi economici.

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