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"A mano libera", una porta spalancata - di Mirella Dalfiume

"Non ho mai visitato un carcere e nemmeno conosciuto persone che vi siano state rinchiuse o familiari di detenuti...."

Ho letto “A mano libera” durante le mie brevi vacanze estive, quindi nel mio tempo libero. Libero da impegni lavorativi, familiari, politici, di volontariato. Non ho mai visitato un carcere e nemmeno conosciuto persone che vi siano state rinchiuse o familiari di detenuti. La lettura di questo agile libretto è stata come spalancare una porta su un mondo sconosciuto, o piuttosto come sbirciare da una porta socchiusa dentro una realtà dolorosa, complessa, che spaventa.

Queste pagine intrise di lacrime e dolore ma anche di speranza e voglia di riscatto, mi hanno fatto riflettere su quanta distanza permane tra il vincolo della restrizione della libertà e l’obiettivo del reinserimento sociale. Tra l’aspetto punitivo e quello educativo.

Mi hanno colpito le testimonianze di quelle donne che proprio a Rebibbia, per la prima volta, hanno avuto la possibilità di studiare e lavorare e hanno conquistato una maggiore consapevolezza di sé e quindi, paradossalmente, un grado in più di libertà e dignità. La possibilità di studiare che per tante di noi era scontata, eppure non sempre ci ha protette da errori di valutazione. Quante donne colte e istruite sono rimaste vittime di relazioni sbagliate, di (non) amori violenti. Penso a Lucia Annibali, colta e affermata avvocatessa, con la vita ed il corpo per sempre segnati dallo sfregio dell’acido. Penso alla sua forza interiore e alla sua capacità di affrontare il dolore e di rinascere.

Ma anche la testimonianza della donna che ha reagito all’ennesima violenza di un uomo e per questo ora sta in carcere. E non riesco a non pensare che nel nostro paese chi ha molto denaro e può permettersi avvocati di grido riesce a farla franca o perlomeno ad ottenere attenuanti, sconti di pena eccetera.

Un pensiero solidale alle volontarie che per mesi hanno varcato la soglia del carcere per contribuire ad alleviare la “pena” offrendo ascolto e una opportunità in più nella direzione della libertà, se non dai muri e dalle sbarre, dalle proprie catene interiori e dalle proprie dipendenze.



Mirella Dalfiume

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