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A MANO LIBERA, LA VOCE (POSITIVA) DELLE DETENUTE. E NON SOLO

A MANO LIBERA, LA VOCE (POSITIVA) DELLE DETENUTE. E NON SOLO

Il nostro libro sta prendendo il volo: raccogliamo i commenti che arrivano in redazione (Tazza, Friggeri, Cornero, De Micheli, Mascia, Dati, Pascale, Cervoni)

Il nostro libro sta prendendo il volo. A farci felici non è solo il fatto che ci vengano richieste copie e presentazioni, ma anche (e forse soprattutto) che le parole e i pensieri viaggino. Uno degli obiettivi era, appunto, questo: far conoscere la dimensione della detenzione al femminile attraverso l’autonarrazione, farle oltrepassare le mura e gli steccati. Cemento e stereotipi che impediscono di conoscere e comprendere un universo di donne che non hanno parola pubblica.

Ricordiamo che tutte le informazioni sul libro e su come averlo sono on line.

La bella presentazione pubblicata da Repubblica , anche on line, a firma di Alessandra Balla aiuta questa propagazione. Ringraziamo lei e il quotidiano per la sensibilità e l’attenzione dimostrata.

Così come ringraziamo 'Il dubbio" per aver pubblicato (25 luglio) una attenta recensione firmata da Valentina Stella.

Originale la recensione di Maggie Van Der Toorn in Ultima Voce (link)

Di seguito sono radunate le riflessioni che via via ci manda in redazione chi ha letto il libro, Elenchiamo, in ordine cronologico, i nomi di chi ha scritto: Alessandra Tazza, Roberto Dati, Stefania Friggeri, Laura De Micheli, Hela Mascia, Loredana Cornero, Alfonso Pascale, Mirella Dalfiume. Ringraziamo tutt* per aver contribuito a comporre il patchwork che stiamo raccogliendo intorno al nostro libro, ‘A mano libera’. Attendiamo altri commenti e riflessioni di chi ha comprato e letto il libro .....

Informazioni

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GIOVANNA PANDOLFELLI (ottobre 2017). Parliamo del libro "A mano libera. Donne tra prigioni e libertà" a cura di Tiziana Bartolini e Paola Ortensi: un'occasione per riflettere sulla carcerazione femminile oggi in Italia. (informazioni) - (altri commenti)

(Prefazione di Agnese Malatesta, Editrice Cooperativa Libera Stampa, Supplemento a Noidonne nr. maggio 2017)

La libertà è il fil rouge degli scritti raccolti da Tiziana Bartolini e Paola Ortensi (rispettivamente direttrice e collaboratrice storica di Noidonne) presso il carcere femminile di Rebibbia di Roma. Un controsenso, a primo avviso, parlare di libertà con donne costrette tra le mura di una prigione, riflessione che tuttavia apre spiragli di scambi tra dentro e fuori, tra ciò che è reclusione per il corpo e ciò che lo è per la mente. È quanto emerge da molti scritti delle donne partecipanti al laboratorio, che le curatrici del volume hanno tenuto per il terzo anno consecutivo presso queste carceri. Costrette a veder limitata la propria libertà per scontare pene per reati commessi contro la società, queste donne si rendono conto che la libertà del corpo, di movimento, non è tutto. Esiste una libertà della mente, dello spirito che è molto più importante ed è sovente a causa della perdita di questa che le donne finiscono per commettere errori e finire recluse.

Riflettere sulla libertà, sul dentro e il fuori concreto e metaforico, non è dunque affatto scontato nell'ambito di un carcere, in particolar modo di un carcere femminile.

"Il carcere, nel suo chiudere e limitare il corpo in confini angusti e obbligati, apre spazi di libertà nell'uso del tempo"

osserva Paola Ortensi. La condizione femminile si esplica in tutta la sua specificità in una situazione di reclusione e presenta caratteristiche assolutamente uniche rispetto alla reclusione maschile. La donna spesso, in varia misura, non è padrona del proprio tempo, sempre suddiviso tra la cura degli altri e le incombenze domestiche; la realtà del carcere, paradossalmente, le permette di riappropriarsi del tempo e del suo impiego per sé, per obiettivi di sviluppo personale. Dalla prefazione di Agnese Malatesta si evincono storie di donne la cui vita fuori dalle mura carcerarie era già una prigione: condizioni disagiate, vite dure, dipendenza economica, storie di violenze.

Alcuni dati

La carcerazione femminile rappresenta una percentuale molto bassa in Italia, meno del 5% del totale. Dall'intervista contenuta nel volume alla direttrice dell'istituto di pena femminile di Rebibbia, dott.ssa Ida Del Grosso, si apprende che delle 350 detenute la metà è straniera, in gran parte di origine rom. Il reato principale che si registra è lo spaccio di droga, altri reati sono connessi a furti, rapine, prostituzione e omicidi. Sottomesse a figure maschili cui sono legate da vincoli familiari, le donne sovente non sono consapevoli di rendersi colpevoli di reati con le loro azioni. Spinte dal desiderio di protezione per i figli o da condizioni estreme di marginalità e povertà, vittime di violenze, finiscono per compiere scelte che le renderanno ree di crimini.

Per una logica all'apparenza assurda il carcere può rappresentare per loro l'allontanamento da situazioni critiche e nocive e restituire loro un'opportunità di riscatto.

Essendo in numero ridotto rispetto ai detenuti maschili, le donne all'interno delle carceri subiscono un'ulteriore discriminazione dovuta alla loro condizione di minoranza. I reparti carcerari femminili spesso risultano marginali, hanno meno strutture a disposizione, minori opportunità di accedere ad attività riabilitative, sportive e di formazione per evitare il contatto con i reparti maschili. La discriminazione di genere tocca anche il tipo di attività loro proposte, relegate a ciò che impongono gli stereotipi femminili che le vedono impegnate in laboratori sartoriali o culinari, riservando ad esempio l'informatica agli uomini.

Uno sguardo all'interno di Rebibbia

Nel carcere femminile di Rebibbia la direttrice parla di una detenzione il cui scopo deve essere la riabilitazione e il reinserimento. Da anni esiste in questo istituto il cosiddetto 'carcere aperto' ovvero le celle durante il giorno restano aperte, grazie ad un sistema di collaborazione tra vigilanza, educatori e volontari, agevolati dalla minore presenza di violenza che caratterizza le carceri femminili in genere. Molte detenute godono del diritto di lavorare durante il giorno all'esterno. Il carcere possiede un orto e un laboratorio caseario i cui prodotti vengono venduti in un punto vendita all'esterno. Il tutto con lo scopo ultimo di "aprire spazi mentali", afferma la dott.ssa Del Grosso.

Caratteristiche della detenzione femminile

La donna ha una maggiore capacità introspettiva, una più forte emotività rispetto all'uomo, oltre ad un diverso sentimento genitoriale. La maternità è vissuta con molta sofferenza dalle detenute, il senso di colpa è una costante della loro vita reclusa, consapevoli che da loro spesso dipende la vita di altre persone, i figli prima di tutto, ma anche di altri familiari. La donna è il fulcro della famiglia e i rapporti si sfaldano in sua assenza. Gli errori commessi pesano dunque non solo sulla libertà personale ma anche su quella dei familiari. Proprio il fatto che la sfera psicologica ed emotiva sia parte specifica del mondo femminile permette alle donne che affrontano un'esperienza di reclusione di attingere a risorse inattese, ancestrali, nuove, di cui esse stesse non erano consapevoli, per raggiungere corde viscerali e stimolare cambiamenti profondi. Nella reclusione le detenute spesso trovano spontaneità, amicizia e una solidarietà difficile da esperire nella vita fuori dalle mura carcerarie.

Le loro voci

I loro brevi scritti sono raccolti nel volume suddivisi per categorie tematiche: il tempo, l'amore, la solitudine, l'incontro con se stesse, prigioni interiori, libertà dalle miserie sono alcuni di questi. Talune raccontano particolari del loro reato, ma sono la minoranza, altre ricordano dettagli della loro vita prima del carcere, dove spesso vivevano una prigionia dell'animo, della mente, a volte anche di movimento. Altre ancora appuntano i propri pensieri, le proprie riflessioni su sensazioni, desideri e speranze concrete che mostrano una consapevolezza amara ma necessaria della propria condizione. Tutte trasmettono coraggio, forza di andare avanti, di migliorarsi, voglia di farcela. A volte con rassegnazione accettano la pena inflitta loro da una società che non difende le donne né ne ascolta le voci imploranti, ma le nota soltanto nel momento in cui, esasperate, commettono l'errore irreparabile. Tuttavia, ad un reato corrisponde sempre anche una vittima e ciò non va dimenticato né può essere ignorato. Assumersi le responsabilità è un atto dovuto, nonostante lo Stato e la società non si siano assunte le proprie in precedenza.

Interessante risulta altresì la "bibliografia minima" inserita in fondo in cui compaiono opere di voci femminili sulla vita in carcere come Goliarda Sapienza (L'università di Rebibbia) e Silvia Baraldini ( Leggere in carcere) che hanno vissuto la detenzione in prima persona; voci autorevoli della letteratura come Maria Rosa Cutrufelli (La donna che visse per un sogno) o il classico Jack London (Il vagabondo delle stelle), oltre a saggi e raccolte di testimonianze.

Un ringraziamento speciale a Tiziana Bartolini e Paola Ortensi e a tutte le persone che svolgono lavoro volontario per migliorare la vita degli altri e di noi stessi.



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ANNA MARIA CERVONI (settembre 2017). Non mi sono mai interessata all’universo carcerario e come si svolga la vita “dentro” è una realtà sconosciuta a chi da un punto di vista lavorativo non si occupa dei luoghi di detenzione o non ha relazioni affettive o amicali con il mondo carcerario; le conoscenze in merito sono filtrate dai media o dalla finzione filmica per cui è difficile avere un’idea reale del carcere e di quello che possano provare le persone che a vario titolo stanno lì per scontare una pena.

Entrare fisicamente in quel mondo, superare la porta carraia, sottoporsi ai vari controlli, lasciare alcuni effetti personali, è stata una sensazione strana che ha preso sempre più corpo quando nel teatro ho incontrato le detenute vere; schierate a semicerchio hanno cominciato a leggere a turno le riflessioni sulla propria esperienza di vita. All’inizio ho avuto la sensazione di vivere la scena di una fiction televisiva e di essere una delle tante comparse insieme alle altre detenute che erano lì presenti per ascoltare; ma ad ogni parola, frase e battuta, una molteplicità di pensieri e riflessioni cominciavano ad addensarsi e sovrapporsi. Non ho avuto la sensazione di avere davanti a me persone che avevano infranto la legge, che stavano li per un giusto motivo e che stavano espiando una pena. Eppure mi è capitato di essere stata derubata e quanto avrei voluto vedere la/ il responsabile in carcere e riappropriarmi delle mie cose. Ma spesso come dice Anna Maria in una lettera “ è la miseria che non è reato a indurti ad infrangere la legge per vivere e la libertà senza dignità di un lavoro è una eterna prigione”.”.. E la fame è la prigione più pesante” fa notare Hidaya.

Ognuna, nel ripercorrere la propria storia, ha scoperto potenzialità latenti in una vita occupata da attività quotidiane legate al dovere / piacere di obbedire/soddisfare il proprio compagno: la libertà della mente, la capacità di pensare. Suona strano sentire dire dalle detenute che il carcere è una esperienza di libertà che ha dato loro l’opportunità di riappropriarsi della propria identità, di rivisitare emozioni e sentimenti che le hanno portate ad infrangere la legge spesso per amore.

I diversi percorsi di vita narrati nelle lettere del libro confermano un unico comune denominatore : la riflessione che la condizione di libertà è indipendente dalla condizione di detenzione e ognuno di noi può vivere la propria condizione di non libertà anche all’aria aperta: la solitudine, la tristezza, l’indifferenza, l’abbandono, la droga, la povertà, la malattia sono forme di prigione al di fuori della prigione.

Sicuramente molte di queste donne in contesti sociali e culturali diversi da quelli in cui sono nate e vissute avrebbero seguito altri percorsi di vita.

Questa esperienza di volontariato rivela una modalità diversa di relazionarsi con chi è “dentro” e un contributo significativo da parte di chi da fuori vuole offrire un apporto concreto al cambiamento di chi è detenuto. Cambiare non è semplice, richiede tempo, spesso fa paura perché non ci offre subito certezze , soprattutto se ci rapportiamo con chi ha infranto la legge e forse non ha alcuna voglia di cambiare; ma penso che ognuno di noi dovrebbe avere sempre a mente la frase del Dalai Lama riportata anche nel libro Siamo tutti potenziali malfattori, e nel profondo dell’animo quelli che mettiamo in prigione non sono più cattivi di chiunque di noi. Hanno ceduto all’ignoranza, al desiderio, alla collera, malattie da cui anche noi siamo affetti, per quanto in misura diversa. Il nostro dovere è di aiutarli a guarire



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MIRELLA DALFIUME. (agosto 2017). Ho letto “A mano libera” durante le mie brevi vacanze estive, quindi nel mio tempo libero. Libero da impegni lavorativi, familiari, politici, di volontariato. Non ho mai visitato un carcere e nemmeno conosciuto persone che vi siano state rinchiuse o familiari di detenuti. La lettura di questo agile libretto è stata come spalancare una porta su un mondo sconosciuto, o piuttosto come sbirciare da una porta socchiusa dentro una realtà dolorosa, complessa, che spaventa.

Queste pagine intrise di lacrime e dolore ma anche di speranza e voglia di riscatto, mi hanno fatto riflettere su quanta distanza permane tra il vincolo della restrizione della libertà e l’obiettivo del reinserimento sociale. Tra l’aspetto punitivo e quello educativo.

Mi hanno colpito le testimonianze di quelle donne che proprio a Rebibbia, per la prima volta, hanno avuto la possibilità di studiare e lavorare e hanno conquistato una maggiore consapevolezza di sé e quindi, paradossalmente, un grado in più di libertà e dignità. La possibilità di studiare che per tante di noi era scontata, eppure non sempre ci ha protette da errori di valutazione. Quante donne colte e istruite sono rimaste vittime di relazioni sbagliate, di (non) amori violenti. Penso a Lucia Annibali, colta e affermata avvocatessa, con la vita ed il corpo per sempre segnati dallo sfregio dell’acido. Penso alla sua forza interiore e alla sua capacità di affrontare il dolore e di rinascere.

Ma anche la testimonianza della donna che ha reagito all’ennesima violenza di un uomo e per questo ora sta in carcere. E non riesco a non pensare che nel nostro paese chi ha molto denaro e può permettersi avvocati di grido riesce a farla franca o perlomeno ad ottenere attenuanti, sconti di pena eccetera.

Un pensiero solidale alle volontarie che per mesi hanno varcato la soglia del carcere per contribuire ad alleviare la “pena” offrendo ascolto e una opportunità in più nella direzione della libertà, se non dai muri e dalle sbarre, dalle proprie catene interiori e dalle proprie dipendenze.



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ALFONSO PASCALE. (luglio 2017) Dopo aver finito di leggere il libro “A mano libera. Donne tra prigioni e libertà” le domande che mi sono posto sono state le seguenti: “Quale idea di libertà prevale in questo testo?negli apporti che in esso sono contenuti, l’espressione ‘essere liberi’ ha lo stesso significato che diamo tutti, in base al senso comune? e cioè che ‘libero è colui che fa quel che vuole finché non lede la libertà degli altri’?”.

Da nessuna parte ho trovato questa definizione. L’esperienza della libertà che ci consegna questo libro è sicuramente un’esperienza di autonomia e autodeterminazione. Ma un’autonomia e un’autodeterminazione fortemente vissute in una dimensione spirituale, intima, culturale che prescinde dai rilevanti condizionamenti esterni che la vita carceraria produce. E che, in generale, la condizione umana produce.

Le persone che hanno partecipato al laboratorio e poi alla stesura del libro sono perfettamente consapevoli che viviamo in una società solo apparentemente libera. In essa sopravvivono privilegi, parassitismi, corporazioni chiuse. È una società totalmente amministrata mediante una miriade di norme giuridiche che non corrispondono alla realtà e che possono, dunque, essere aggirate; una società che copre i soprusi, non riconosce il merito e non premia la capacità di autorealizzarsi. E chi non è indotto e incoraggiato ad autopromuoversi non è affatto una persona libera.

Questa convinzione si avverte in quasi tutte le pagine. Il sottofondo dell’intero libro è che chi sta “fuori” è comunque privo di libertà, come chi sta “dentro”. E che “dentro” incominciano ad esserci percorsi e strumenti che permettono finalmente alle persone di conquistare la propria libertà. Da qui la speranza, un sentimento, ancor prima di essere una virtù, rasserenante.

Mi ha felicemente colpito come nel “progetto” e poi nel libro si realizzi uno scambio intergenerazionale: ci sono le più giovani (quelle di “dentro” e quelle di “fuori”) e ci sono le anziane (quelle di “dentro” e quelle di “fuori”) che di fatto interloquiscono tra loro. I racconti sono infarciti di riferimenti a madri, padri, figlie, figli. Anche tra chi deve scontare 30 anni ci sono giovani e anziane che conservano il senso della propria età. In fondo c’è la piena convinzione che gli adulti abbiano da imparare dai giovani, ma che anche questi abbiano bisogno di adulti responsabili, non disposti ad abdicare. E che la libertà può sussistere, se si mantiene lo scambio intergenerazionale. Perché tutte le condizioni di vita (le età) devono esprimersi in pienezza, in un contesto di rispetto, empatia, ascolto e accompagnamento reciproco.

In questo libro la libertà è innanzitutto “avere qualcosa da fare” (Laura, pag. 51), “tenere occupata la mente” (Loredana, pag. 68)perché permette l’impegno, la virtù, la crescita, l’assunzione di responsabilità, il mettersi in gioco con se stessi e con gli altri. Non un’occupazione qualsiasi, ma un lavoro di cittadinanza che alimenta l’autostima. Un percorso faticoso che crea sofferenza. Ma poi, i risultati che si conseguono determinano soddisfazione e orgoglio. Consapevolezza piena della propria condizione e capacità di guardarsi dentro e cambiare.

In questo libro la libertà è “non aver più paura di sé” (Maurizia, pag. 53) perché quando s’impara a dominare le proprie emozioni, la propria volontà, la propria razionalità anche i sogni e i sentimenti diventano propri. E si conserva, in tal modo, la capacità di stupirsi della vita, di aprirsi agli altri, di amare gli altri (Lucia, pag. 54). Un processo non indolore anche questo perché si deve avere la forza di evadere dalle “negatività” e di “nascondere le proprie cicatrici più profonde dietro ad un sorriso” (Loredana, pag. 68).Perché si deve avere l’ardire di aprire le “porte chiuse” e di abbattere “i muri” che la stessa natura umana crea come apparente protezione ma che in realtà ci opprimono. “Muri fisici e muri inventati” (Maria Lucia, pag. 71). È l’amore a darci la forza di affrontare la sofferenza. È l’amore a inverare il sogno e a farci andare oltre il confine. “Ritrovare sé” è ritrovare “il senso profondo della vita”, “dare importanza alle piccole cose”, prepararsi a vivere “senza aver bisogno di nulla” (Patrizia, pag. 56), aver cura di sé nella malattia (Silvia, pag. 57), imparare, proprio nelle “cose minute ed intime” che si condividono con le persone fragili, un modo diverso di amare, più intenso, più pieno (Costanza, pag. 58).

In questo libro la libertà è la capacità di rimanere se stessi, “genuini”, “veri”, senza coltivare il “desiderio di apparire ciò che non si è” (Rosanna, pag. 60). Rimanendo se stessi,si può apprendere e crescere perché “la libertà è una forma di pensiero” (Federica, pag. 64). E si possono stabilire relazioni e ponti tra mondi diversi per costruire le premesse di relazioni future (Maria Teresa, pag. 66). La libertà è “la capacità di essere presenti a se stessi con verità, tenere in mano la tua vita, diventare talmente protagonista da accettare anche le cose brutte e difficili perché sei solo tu che puoi trasformarle in qualcosa di utile per te stesso” (Alessandra, pag. 72).

In questo libro la libertà ha “il colore dell’arcobaleno” che si può osservare coltivando un orto. Anche un piccolo spazio verde senza sbarre permette di “guardare il cielo e le nuvole che giocano con il vento, camminare sul prato, sedersi sotto un albero e ascoltare gli uccellini che cinguettano felici” (Marilena, pag. 70). L’agricoltura carceraria è sicuramente un percorso di libertà. Un libertà che mette in relazione con il vivente, consente di seguire i cicli biologici e ricostruisce la funzione di cura e di supporto alla crescita. Una libertà che porta al senso di responsabilità e riabitua alla “vita comune”.

Furono gruppi di donne a inventare l’agricoltura quando i gruppi umani si spostavano da un punto all’altro del globo alla ricerca di piante spontanee o di animali da predare per ricavarne del cibo. Stanche di quella vita nomade che mal si adattava alle funzioni riproduttive, le donne incominciarono ad osservare come avveniva la crescita e la fioritura di una pianta. Carpendo i segreti della natura, intuirono un fatto straordinario: dal momento della semina di una cultivar di frumento, selezionata tra tante in natura, e il tempo del raccolto, sarebbe trascorso un anno. E rimuginarono che quello era il tempo sufficiente per portare avanti una gravidanza. Gioirono al pensiero di quella intuizione. Finalmente potevano dare un senso e una giustificazione al loro bisogno di fermarsi e di mettere radici in un determinato territorio. I maschi continueranno ancora per alcuni millenni ad andare a caccia di animali e a raccogliere frutti spontanei. Per loro il mondo non aveva un luogo ma ovunque ci fosse cibo era una meta da raggiungere e poi abbandonare. Le prime comunità stanziali saranno, dunque, formate prevalentemente da donne, bambini e anziani. L’agricoltura nasce per dar vita alle prime comunità umane stanziali. Nasce come forma di vita collettiva, come ambito di regolazione condivisa per utilizzare le risorse ambientali comuni e così organizzare al meglio le attività comunitarie di cura. La coltivazione della terra sorge come attività di servizio per poter abitare un determinato territorio. Il significato più profondo di coltivare è “servire” la natura e la comunità al fine di abitare dignitosamente in un luogo. Ecco perché l’agricoltura è destinata ad avere una grande funzione nelle attività rieducative e di reinserimento sociale e lavorativo.



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LOREDANA CORNERO. Sono di pochi giorni fa i risultati della “Mappa delle parole” dell’Osservatorio Demos-Coop (Ass. Naz.le cooperative di consumatori). Alle persone intervistate sono state proposte una quarantina di parole, che evocavano diversi soggetti, eventi, valori. La mappa che ne nasce “proietta” le parole esaminate in base a due diversi “assi” di giudizio. Il gradimento espresso dagli italiani lungo l’ascissa, mentre dal basso verso l’alto sull’ordinata: le parole riflettono la tensione fra passato e futuro. Tre sono le aree che emergono: in basso a sinistra in marcia verso il passato troviamo quasi tutti i partiti politici - da M5S al PD, da FI alla Lega Nord – compresi i loro leader: Renzi, Salvini, Berlusconi, Grillo. Al centro - nel campo di battaglia che rappresenta il presente - l’euro, le proteste, gli immigrati, i social media, l’Unione europea, la televisione, i giornali, le unioni gay. Ma è nello spazio in alto a destra che si incentra l’interesse: il ponte verso il futuro condiviso. Ed in questo spazio che troviamo parole come Italia, popolo, democrazia, ripresa, volontariato, cuore, speranza, meritocrazia, radio. Ed è in questo quadrante di parole di speranza per il futuro condiviso, di ponte tra le diverse rive, di frontiere da superare e di confini che uniscono , di limes inteso non come "limite", muro, barriera, quanto piuttosto nel significato di strada, via di penetrazione all'interno di territori di recente conoscenza, che si inserisce il volumetto “A mano libera. Donne tra prigione e libertà” a cura di Tiziana Bartolini e Paola Ortensi, con la prefazione di Agnese Malatesta. Il carcere come confine, spazio chiuso, limite del corpo, distacco violento dal mondo senza possibilità di fuga. Ma al contempo spazio di libertà, determinazione di nuove opportunità, portatore di scoperte e di conoscenza. Un’esperienza che si può vivere dentro, ma anche fuori dal carcere, chiuse in prigioni che noi stesse ci costruiamo, da vincoli che ci condizionano la vita, da muri che innalza la nostra mente e dai quali è spesso difficile trovare vie di fuga. E le testimonianze in entrambi i sensi sono molte nelle pagine che scorrono: “Qui si rischia di morire giorno per giorno” dice Franca, ma “la vera me l’ho trovata in carcere – dice Lucia – Qui, contrariamente a quello che si possa immaginare, in questo luogo ho fatto esperienza di libertà” .

Le riflessioni sul tema della libertà e della prigione tra donne che vivono dentro e fuori il carcere, oltre ovviamente alla forza delle testimonianze che si alza oltre la semplicità faticosa del raccontarsi, è la grande novità rivoluzionaria del libro. E’ il confine dei cancelli che si aprono o si chiudono -indipendentemente da chi resta dentro o fuori - per portare ad un incontro di conoscenza, di scambio, di affetto, di curiosità, di empatia, di capacità di guardarsi dentro anche da fuori. Per rappresentare la realtà e anche per costruirla. Insieme.
(luglio 2017)



HELA MASCIA. Tiziana Bartolini e Paola Ortensi con la loro ricerca “A mano libera “, effettuata nella Casa circondariale femminile di Rebibbia, sono entrate quasi come il cavallo di Troia fra le mura di un’istituzione chiusa in sé stessa. Hanno utilizzato un metodo conosciuto a noi donne, quello dell’autocoscienza, e la casistica “personalizzata” che il libro testimonia ci da un quadro della realtà completamente diverso: il carcere è vissuto come un luogo di riscatto e quasi di liberazione rispetto all’esistenze che le detenute vivevano fuori. La direttrice della Casa circondariale dott. Ida del Grosso ci spiega il perché del cambiamento: “tutte le attività trattamentali offerte non servono per passare il tempo, ma mirano a dare delle possibilità, ad aprire spazi mentali”. Le complesse problematiche delinquenziali stanno portando piano piano ad una “revisione della detenzione, intesa come riparazione del danno, verso un’ alternativa al carcere per reintegrare le donne nella società ……e sostenere i loro figli con l’ulteriore effetto di ridurre la possibilità che questi diventino a loro volta delinquenti” (Ufficio Studi Ministero della Giustizia 2015). Dalle testimonianze emerge un incredibile rapporto tra la motivazione individuale della detenuta con le persone che si occupano della sua formazione. La costruzione della nuova personalità richiede la conoscenza di informazioni di altri soggetti e diventa necessariamente un’ identità relazionale. Paradossalmente, in tal modo, la detenzione può essere un luogo di liberazione in cui matura la consapevolezza del sé. Virginia Woolf, un secolo fa, scriveva in “Una stanza tutta per sé” che se le donne fossero state libere dal peso del lavoro domestico e dalla mancanza di uno spazio tutto proprio – una stanza tutta per sé appunto – la storia dell’umanità sarebbe stata diversa e se riusciremo ad ottenere quello spazio il mondo cambierà. Per quanto riguarda lo spazio carcerario, occorre porsi un problema di coerenza e di affidabilità, se si vuole che il cittadino/a abbia fiducia nella Giustizia riparativa e non più punitiva. Quando i media ci sottopongono casi delittuosi, in genere la risposta che viene data dalle vittime dei reati, nel migliore dei casi, quando, cioè, rifiutano il principio dell’occhio per occhio, è che vogliono giustizia e non vendetta. Ma a quale concetto di giustizia esse fanno riferimento? la Giustizia di Atena raffigurata nell’immaginario collettivo come una giovane donna bendata, con la spada in una mano e la bilancia nell’altra o quella di Alessandro Magno che sbrigativamente voleva sciogliere con la spada il nodo Gordiano? Il discorso è molto complesso e ricerche come “A mano libera” servono a fare chiarezza sul concetto odierno di Giustizia che stiamo maturando. (luglio 2017)


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